lunedì 1 luglio 2024

Il Carnevale di Palermo (sin dal 1874) e di Termini Imerese (sin dal 1876): un binomio da riscoprire

Cefalunews, 18 gennaio 2016

Nella Sicilia occidentale, Termini Imerese, senza alcun dubbio può vantare uno dei più antichi comitati organizzativi del Carnevale. Come è noto, sin dal 1876, la cittadina ebbe la propria associazione dedicata alla manifestazione carnascialesca, denominata “Società del Carnovale”. Tale benemerito sodalizio ebbe come presidente il Barone Balsàno ed annoverò tra i suoi soci personaggi di spicco come Giuseppe Patiri, paletnologo, etnologo e studioso di storia locale.

E’, invece, ormai caduta quasi nel dimenticatoio l’esistenza in Palermo di un’associazione intitolata “Società del Carnevale”, con finalità del tutto analoghe a quelle di Termini Imerese. Anche a Palermo, a quel tempo, esistevano le medesime maschere del ‘Nannu’ e della ‘Nanna’ che oggi sono peculiari della cittadina imerese.

L’esistenza di tale sodalizio, che ebbe il compito di organizzare e divulgare il ricco e variegato programma carnascialesco (sfilate, veglioni, balli in maschera etc.), è documentata fin dal 1874. Ciò è testimoniato ampiamente dall’etno-antropologo Giuseppe Pitrè nel primo volume del suo “Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano”. Circa gli avvenimenti carnascialeschi del capoluogo siciliano, rileviamo che la nobiltà di Palermo nel XIX secolo amava celebrare l’allegro evento, oltre che nelle dimore aristocratiche, anche in due teatri cittadini: il “Real Teatro di Santa Cecilia” e il “Santa Lucia”.

In seguito, l’aristocrazia, talvolta prese parte anche agli sfrenati divertimenti popolari che si svolgevano per le vie cittadine e che sfociavano nelle sfilate dei carri allegorici, nell’allestimento degli alberi della cuccagna e, soprattutto, nel corteo che si apriva lungo l’asse viario più importante: il Corso Vittorio Emanuele. Infatti, con la rinomata “trasuta da Porta Felice d’u Nannu e d’a Nanna” su di un cocchio (come leggesi chiaramente nel “cartellone” delle feste del 1878), queste due simpatiche maschere percorrevano il centro storico di Palermo: partendo dal Corso Vittorio Emanuele, proseguivano per “via Macqueda, via Cavour, fino a Porta S. Giorgio”.

Al momento, siamo in grado di documentare con certezza che a Palermo la “Società del Carnevale” ebbe sede nel Palazzo del Barone Grasso, al civico 287 di via Maqueda. Non abbiamo elementi certi che a Termini Imerese, nella prima metà del XIX secolo vi fossero similarità con gli avvenimenti, palermitani. Tuttavia, non è da escludere che già allora, fosse consuetudine, da parte della nobiltà locale, di allestire dei festeggiamenti, più o meno sfarzosi, all’interno dei saloni di circoli e di palazzi privati.

È plausibile ritenere che in Termini Imerese, l’organizzazione dei festeggiamenti del Carnevale, si fosse poi estesa anche alla nascente media e piccola borghesia, in progressiva ascesa, che reclamava il proprio contributo quale segno di affermazione sociale. Ciò nonostante, due date particolari comprovano e dipanano con assoluta certezza il quadro “storico” degli avvenimenti carnascialeschi termitani tra la seconda metà del XIX e poco oltre la metà del XX secolo: la presenza nella cittadina imerese sin dal 1876 di una “Società del Carnovale” e i “Gran Galà” tenuti nelle dimore nobiliari. Tra queste ultime, è certamente documentata quella del Barone Lo Faso, dove, ancora nel XX secolo (precisamente negli anni 1952 e 1977), si ebbero dei festeggiamenti carnascialeschi di alto livello, degni di una dimora signorile.

Come è noto, l’origine certa della manifestazione organizzata del “Carnevale Termitano” risale al gennaio 1876. Grazie alle ricerche dello scrivente e all’amore per la propria cittadina mostrata dal solerte collezionista Francesco La Mantia, è stato possibile rintracciare il più antico documento del “Carnevale Termitano”: un certificato di pagamento emesso dalla “Società del Carnovale”. Di ciò abbiamo già dato ragguagli su alcune testate giornalistiche in una serie di articoli (1)

Riguardo alle feste in maschera che si tennero in quello che fu il “Palazzo Lo Faso già De Michele” (vedi foto), ho avuto l’onore e il piacere di incontrare nella sua bellissima casa, la discendente diretta, figlia del Barone Francesco Lo Faso, la signora Rossella, che amabilmente e con una certa nostalgia, ha voluto rievocare i fasti carnascialeschi.

Tra l’altro, ci ha confermato quanto aveva dichiarato sua madre, la Baronessa Marilia Lo Faso, in un’intervista, rilasciata negli anni Ottanta del XX secolo (2), in merito ai preparativi del Gran Galà del 1950 (rievocazione dei fasti del 1850). Questo Gran Galà, non poté che svolgersi proprio nelle sale del Palazzo Lo Faso, la sera del 16 febbraio 1952.

Nell’intervista precitata, la Baronessa Marilia dichiarava: «Quando mi sono sposata, ero giovanissima e venne loro [ai suoceri] la felice idea, perché è stata veramente una felice idea, bellissima, di organizzare una festa in maschera per la rievocazione del 1850: con costumi dell’epoca, la “table à thé” dell’epoca, e così si cominciarono ad organizzare. 

Ci furono due mesi di preparazione il 16.2. del 1952 [febbraio] si diede questa bellissima festa e si aprirono questi saloni. Tutti belli addobbati con fiori con piante, era un colpo d’occhio veramente. Io ero giovanissima ed io non partecipai al ballo vero e proprio però ero anche io vestita in costume e c’erano una quindicina di coppie che ballarono la contraddanza. E questo ballo che si fece qua in casa nostra rievocava un pochino quel periodo in cui si era fatto la storia del ballo. Si fecero tutti i balli che allora erano antichi e moderni con diversi costumi dell’epoca; si cominciò con la Pavana con il vestito del ‘500 e poi c’è il ‘600, il ‘700, l’800, il ‘900 con i balli del ‘900. E c’era un ragazzino dinnanzi la porta dei saloni che aspettava queste coppie che avanzavano, le quali porgevano il loro biglietto da visita. Ogni coppia si era data un nome fittizio: conte tal dei tali, non mi ricordo il nome. Ognuno aveva un titolo nobiliare e quindi ‘sto ragazzo batteva a terra questo bastone e presentava queste coppie per nome che entravano ed io e mio marito li accoglievamo nei nostri saloni».

Per quella storica e intramontabile prima rievocazione negli eleganti saloni, gli ospiti, ricevettero l’invito a firma di Rosa Lo Faso [madre del Barone Francesco]: “La sera del 16-2-1952 ore 22.30 le sale di casa Lo Faso vi ospiteranno per un Ottocento romantico”.

Venticinque anni dopo, ancora la residenza signorile dei Lo Faso aprì nuovamente i suoi saloni per un’altra serata danzante. I partecipanti all’elegante cerimonia ricevettero il seguente invito: “La S.V. è invitata alle 21 del giorno 19 febbraio del corrente anno, al gran ballo in maschera in costume dell’Ottocento che si terrà nei saloni di casa Lo Faso Termini Im. 19-2-77”. In realtà, ciò avvenne non solo per ricordare i fasti del gran Galà del 1952, ma anche per celebrare il 25° anniversario di matrimonio dei coniugi Lo Faso, i Baroni Francesco e Marilia; furono così ospitati a palazzo, circa 100 “illustri ospiti”. 

La signora Rossella Lo Faso, alla mia domanda su cosa, in particolar modo, ricordava di quei momenti festosi, con molta nostalgia, la signora Rossella ha rievocato e mi ha descritto quegli ambienti a lei tanto cari, soprattutto la coreografia di palazzo: “il gran salone verde, i tetti dipinti, i drappeggi agli infissi, i divani in broccato dorato, le consolle e le vetrine illuminate” e ancora “l’orchestra al suono del Valzer di Strauss e della Vedova allegra, e le danze: la Gavotta, e la Contraddanza” questi ultimi, balli, rispettivamente di origine francese e inglese. Il Palazzo, oramai non più di proprietà della casata baronale dei Lo Faso, è uno tra i più eleganti della città è posto nella centralissima Piazza Santa Caterina. È rimasto l’unico edificio gentilizio non contaminato da superfetazioni e che necessita però di urgenti restauri conservativi.

Facciamo nostra la puntuale descrizione dell’edificio che si deve a Rosario Nicchitta (3): “Il semplice paramento ad intonaco della facciata è interrotto da poche forature: un portale con balcone sovrastante in posizione asimmetrica con ai lati, sul piano nobile, un balcone a destra e due a sinistra. Il portale, interamente di pietra calcarea, rappresenta indubbiamente l’elemento di maggiore interesse dell’edificio. Si compone due telamoni laterali su cui sono impostati dei capitelli compositi che reggono le trabeazioni di un architrave spezzata. In continuità sono allineate le mensole del balcone raffiguranti teste d’ariete. 

Tutti gli elementi lapidei, elegantemente composti, costituiscono un esempio di scultura di buon livello tecnico e culturalmente adeguata ai modelli dei palazzi signorili delle grandi città. Gli ambienti interni del piano terra si articolano attorno ad un piccolo chiostro, colonnato solo sul lato dell’ingresso. Le stanze del piano nobile, generalmente voltate a padiglione, sono allineate sui fronti e si affacciano all’esterno con un balcone”.

Tornando alla storia del Carnevale nella nostra Isola, ci piace ricordare la bella mostra dal titolo “Maschere e mascheramenti in Sicilia dal ‘600 ad oggi” che si svolse a Termini Imerese dal 14 al 24 febbraio 1998, presso il Museo Civico Baldassarre Romano. L’esposizione, curata dalla professoressa Rosa Maria Dentici Buccellato, allora Assessore alla Cultura, fu un “unicum”, fino ad oggi, nel contesto delle manifestazioni carnascialesche termitane.

Utilizzo:

(1) Giuseppe Longo, 2010 - “Gli albori del Carnevale di Termini Imerese La “Società del Carnovale” – Sicilia Tempo, anno XLVIII n.470, gennaio-febbraio, pp. 22-23.

Giuseppe Longo 2015, “Il Carnevale di Termini Imerese nel XIX secolo nuovi contributi documentari ad una storia che si va dipanando, Cefalùnews, 17 febbraio.

Giuseppe Longo 2015, Una coppia alla moda: U’ Nannu e A’ Nanna, Cefalùnews, 1 novembre.

Giuseppe Longo 2016, Il Carnevale antico di Termini Imerese 1876, Cefalùnews 17gennaio.

(2) Cfr. Miscellanea di interviste e servizi televisivi sul Carnevale termitano, in AA. VV., Carnevale Termitano 2006 dal 19 al 28 febbraio, DVD, anno 2006.

(3) Rosario Nicchitta, 2006 – “Da Himera a Termini Imerese, un percorso lungo duemilacinquecento anni”, editrice GASM, Termini Imerese, 166 pp.

Foto di copertina: Palazzo Lo Faso già De Michele.

Foto a corredo dell’articolo: Palazzo Lo Faso già De Michele.

Giuseppe Longo 

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Il Carnevale antico di Termini Imerese 1876

Cefalunews, 17 gennaio 2016

Il Carnevale di Termini Imerese può inserirsi a gran voce negli elenchi dei Carnevali più antichi d’Italia. Lo comproverebbe un’antica ricevuta di pagamento datata 1876. Tale ricevuta fu emessa dalla “Società del Carnovale” (associazione per la promozione e l’organizzazione del Carnevale) in favore di Giuseppe Patiri (1846 - 1917). L’associazione è documentata ancora nel 1906, essendo attestata nell’iscrizione posta nell’ex ospizio di mendicità Umberto I.

La Società, infatti, contribuì finanziariamente con i proventi del Carnevale del 1906 alla sistemazione del dormitorio.  La ricevuta (gennaio-febbraio 1876), fu scoperta dallo scrivente, sul finire del 1997, a casa del suo proprietario, il collezionista Francesco La Mantia.

A seguito del ritrovamento, il giorno 11 febbraio 1998, fu allestita presso il Circolo Margherita, una mostra filmato-fotografica, curata sempre dallo scrivente. L’esposizione fu patrocinata dai Presidenti della Pro Loco, Gaetano Schifano e del Circolo Margherita Dr. Franco Ciresi.

La ricevuta fu altresì esposta nella Mostra “Maschere e mascheramenti in Sicilia dal ‘600 ad oggi” tenutasi dal 14 al 24 febbraio 1998, presso il Museo Civico, curata dall’Assessore alla Cultura la professoressa Rosa Maria Dentici Buccellato.

A 135 anni dall’emissione dell’antica ricevuta, due altri eventi importanti si sono aggiunti alla storia del Carnevale Termitano; la nascita per volontà del suo Presidente Emanuele Caruana, giorno 11 febbraio del 2011 della nuova “Società del Carnovale” costituitasi il giorno 11 febbraio 2011, e l’emissione di un Francobollo dedicato al Carnevale cittadino.

La nuova Associazione, denominata “Società del Carnovale”, si propone di promuovere su basi moderne il carnevale di Termini Imerese, senza dimenticarne la tradizione.

Il francobollo del valore di € 0,70, emesso per la prima volta da Poste Italiane il giorno 4 febbraio 2013, vuole ricordare quest’antica manifestazione. La vignetta dell’affrancatura contiene, oltre a un carro allegorico e al Monte San Calogero la raffigurazione delle due maschere simbolo “U Nannu ca Nanna”.

La figura del “Nannu” è considerata la personificazione dello stesso Carnevale e rappresenta la maschera principale; quella della Nanna che oggi sopravvive solo a Termini Imerese, era un tempo presente anche a Palermo. La suddetta maschera femminile termitana, oggi ha la caratteristica peculiare di essere unica nel contesto carnascialesco siciliano. Questa figura, vera e propria alter ego femminile del Nannu, potrebbe avere un legame con antichi culti legati alla fertilità. Oggi le due maschere di cartapesta sono custodite dai suoi proprietari, gli eredi della Famiglia La Rocca. 

Foto di copertina: Una delle quattro ricevute della Società del Carnovale, datate 1876. (foto e proprietà F. La Mantia).

Foto a corredo dell’articolo:

Emissione del francobollo ordinario appartenente alla serie tematica “il Folclore italiano” dedicato al Carnevale Termitano. DECRETO 4 dicembre 2012 Emissione, nell’anno 2013, di un francobollo ordinario appartenente alla serie tematica «Il folclore italiano» dedicato al Carnevale Termitano, nel valore di € 0,60. (12A13632) (GU Serie Generale n.1 del 2-1-2013).

Giuseppe Longo 

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Una coppia alla moda: U’ Nannu e A’ Nanna

Cefalunews, 2 novembre 2015

Gli abiti del “Nannu” e della “Nanna” del Carnevale di Termini Imerese (PA) qui per la prima volta analizzati dalla costumista Isabella Cola (1).

La figura del “Nannu” è concordemente considerata la personificazione dello stesso Carnevale; è la maschera principale simbolicamente sacrificata alla mezzanotte dell’ultimo martedì grasso al rituale del rogo, quest’ultimo, evento propiziatorio, retaggio di antichi riti pagani.

In Sicilia, a Termini Imerese, alla figura carnascialesca di questo simpatico e arzillo vecchietto, viene affiancato un altro personaggio di spicco, la Nanna, entità femminile che oggi sopravvive soltanto nella città termitana.

Abbiamo chiesto alla costumista Isabella Cola di affrontare l’ardua impresa dello studio, dal punto di vista “tecnico” e “storico”, degli abiti indossati dalla celeberrima coppia di maschere tipiche del Carnevale di Termini Imerese: il “Nannu” e la “Nanna”.

L’abbigliamento delle due maschere fu probabilmente codificato nella veste attuale nel XIX secolo, quale attardamento stilistico di schemi tardo settecenteschi.

U’ Nannu e A’ Nanna costituiscono l’emblema peculiare del carnevale termitano, mantenendo intatta una tradizione popolare le cui origini si perdono nella notte dei tempi.Abbiamo inviato alla costumista una serie di immagini fotografiche in modo da consentirle una dettagliata analisi stilistica degli abiti indossati dalle nostre simpatiche maschere carnascialesche, che offriamo al lettore, in uno con le sue puntuali osservazioni.

«“U’ Nannu”: Il personaggio indossa una giacca “redingote” in tessuto serico damascato con i revers di colore nero, su un pantalone scuro mediamente largo.

Nella storia del costume, questo tipo di redingote della prima metà dell’800, è confezionata in panno di lana con preferenza di colori scuri come grigio, verde scuro, blu e nero ed i “rever” del collo sono di velluto. Nel caso specifico di questo personaggio, la giacca è invece di tessuto damascato in un colore chiaro che ci rimanda alla moda tipica del 1700 (marsina maschile). Questo secondo me – sostiene Isabella Cola – deriva dal fatto che il Carnevale fu “inventato” nei primi anni del 1800 epoca in cui possono essere state usate delle vecchie marsine per vestire il “Nannu”.

Il costume è provvisto anche di un gilet sotto la giacca, ma nell’epoca in questione (1800) è bene sapere che si usava indossarlo in due tipologie: a doppio petto in varie stoffe anche fantasia per il giorno, ad un solo petto con piccoli bottoni gioiello in tessuto nero o bianco per la sera. Anche per quel che riguarda i pantaloni, nel periodo in esame, questo è lungo fino a coprire la scarpa cui spesso è assicurato dalla staffa o sottopiede.

Può essere più o meno largo e, di giorno, sono della stessa stoffa della redingote oppure di tessuto più chiaro o fantasia (quadretti, scozzesi, grigi, beige o nocciola). La camicia, sempre bianca, ha lo sparato ornato di pieghe per la mattina oppure guarnito di merletti per la sera.

Nel caso della camicia indossata dal “Nannu”, è con lo sparato ornato di trine ma, come per il tessuto della redingote che ricorda i tessuti delle marsine settecentesche, la camicia rammenta anch’essa quella che era in voga nel XVIII secolo, decorata da merletti. La mia conclusione è che il costume del “Nannu” è un abito creato nel 19° secolo con la convinzione di “ricreare” le linee del primo abbigliamento di questo personaggio (che è invece del 18° secolo). Successivamente, si sono poi sempre realizzati abiti con un misto di ‘700 e ‘800».

“A’ Nanna”: Per il costume della “Nanna” invece prevale molto di più la linea settecentesca. A prima vista sembra, infatti, voler ricalcare un abito del 1700 senza sottostrutture.

La scollatura quadrata, la linea delle maniche e la punta del busto rimandano alla varietà dell’abito detto “robe volante” (abito fluttuante) tipico del Rococò. Questo abito era composto da un busto aderente e da due gonne amplissime sovrapposte. Il corpetto era sagomato a cono e finiva con una punta al punto vita ed aveva un’ampia scollatura quadrata.

Davanti era decorato da fiocchi e le maniche erano lunghe al gomito, aderenti con giri di trine che potevano essere anche pendenti (“en pagode”). Pizzi trine e “volant” decoravano la scollatura e la parte davanti della gonna.

Osservando il costume della “Nanna” si notano tutti questi particolari (scollatura quadrata, maniche al gomito con trine, una gonna che sembra sovrapposta ad un’altra) assemblati però senza le strutture rigide tipiche del costume rococò».

(1) Isabella Cola è consulente e costumista di abiti storici per varie manifestazioni in Italia dal 1988 a tutt’oggi (Corsa all’Anello di Narni; Gioco del Ponte di Pisa; Regata storica di Genova; Balestro del Girifalco di Massa Marittima; Palio dei Terzieri di Trevi; Festa del Barbarossa di San Quirico d’Orcia; Giostra Cavalleresca di Sulmona). Inoltre è Docente in corso per “Sarti Costumisti” e Docente per “Modellistica del costume storico” presso l’IPSIA di Terni.

Foto di copertina: il “Nannu” e la “Nanna” del Carnevale di Termini Imerese (PA).

Giuseppe Longo

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Il Carnevale di Termini Imerese nel XIX secolo: nuovi contributi documentari ad una storia che si va dipanando

Cefalunews, 17 febbraio 2015

La più antica documentazione sul Carnevale termitano risale alla seconda metà del XIX sec. Tutto ciò è stato confermato dall’importante rinvenimento di quattro ricevute di pagamento: gennaio-febbraio, marzo, aprile e maggio (1876) rilasciate dalla “Società del Carnovale” a Giuseppe Patiri (1846-1917) paletnologo, studioso di storia locale e di tradizioni popolari.

I certificati precitati furono fortunosamente scoperti dallo scrivente alla fine del 1997, tra molte testimonianze documentarie, raccolte in casa del noto collezionista Francesco La Mantia, durante il lungo lavoro di ricerca finalizzato ad una mostra dedicata alla manifestazione carnascialesca.

Il più antico tra i quattro certificati (gennaio-febbraio 1876) fu reso noto al pubblico, per la prima volta in assoluto, durante il vernissage del giorno 11 febbraio 1998, in occasione dell’esaustiva mostra dal titolo: “Un Carnevale antico”.

La mostra, curata dallo scrivente, era stata patrocinata dall’allora presidente della Pro Loco di Termini Imerese, Gaetano Schifano.

La rassegna, che ebbe come ampia cornice gli eleganti saloni del Circolo Margherita a Termini Imerese, riunì un nutrito “corpus” documentario costituito da: immagini fotografiche e filmati che abbracciavano ininterrottamente il periodo di tempo compreso fra il 1950 e il 1990.

Un’esposizione delle immagini più rappresentative esposte in precedenza fu anche inserita nella mostra “Maschere e mascheramenti in Sicilia dal ‘600 ad oggi”, svoltasi nei locali del Museo Civico Baldassare Romano dal 14 al 24 febbraio dello stesso anno.

Quest’ultima esposizione fu fortemente voluta e curata dalla professoressa Rosa Maria Dentici Buccellato, allora Assessore alla Cultura del Comune di Termini Imerese.

Il più antico certificato, emesso in data 1° gennaio 1876, attesta senza alcun dubbio che esisteva la “Società del Carnevale”, cioè un’associazione per la promozione e l’organizzazione della manifestazione termitana.

Recentemente, nuove acquisizioni documentarie attestano nel prosieguo di tempo la continuità di vita di tale “Società del Carnevale”.

Le nuove ricerche di archivio, infatti, stabiliscono che tra il 1876 ed il 1877, posteriormente quindi, alla data del più antico certificato scoperto dallo scrivente, la predetta Società operava attivamente nella cittadina imerese.

Allo stato attuale delle ricerche, non è noto se la “Società del Carnevale” abbia continuato ad operare negli anni seguenti, anche se indicazioni relative ai festeggiamenti del Carnevale Termitano si hanno nel 1882.

In ordine di tempo, è avvenuta dapprima la scoperta del dato documentario risalente al 1882, dovuto alle ricerche del Prof. Salvatore Mantia, noto studioso di storia locale. Abbiamo interpellato il Prof. Mantia il quale cortesemente ci ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Sono in possesso di un documento attestante l’esistenza delle feste di Carnevale a Termini Imerese nel 1882. È un piccolo documento cartaceo, ritrovato fra le antiche carte di mio padre: misura circa 13 cm per 21.

Il testo riportato è il seguente:

“Termini li 12 febbraio 1882 / Il nostro Procuratore del Monte di / Pietà Signor Agostino Quattrocchi pagherà / A titolo di elemosina al Signor Francesco Gallegra / Lire due per le feste del Carnevale / nella quale somma va compresa la mesata del / corrente mese di Febbraio / Il Governatore / Ho ricevuto la detta somma di Lire due / Francesco Gallegra”.

Dal documento si evince che l’ente del Monte di Pietà allora contribuiva mensilmente, diremmo oggi quale sponsor, alla raccolta di contributi per l’organizzazione delle feste del Carnevale.

Ad occuparsi di tale raccolta era il signor Francesco Gallegra. Probabilmente oltre al Monte di Pietà, altri enti, istituzioni e privati cittadini contribuivano con la loro offerta all’organizzazione del Carnevale cittadino. Ciò è cifra di un coinvolgimento di tutta la cittadinanza a questa antica e importante momento di aggregazione cittadina».

Altri dati documentari relativi al Carnevale Termitano ed alla “Società del Carnevale” sono stati invece scoperti dall’Architetto Andrea Sansone, anch’egli noto studioso di storia locale. Abbiamo interpellato l’Architetto Sansone il quale cortesemente ci ha fornito a tal riguardo la seguente dichiarazione:

«Sono in possesso di un documento attestante l’esistenza delle feste di Carnevale a Termini Imerese nel 1882. È un piccolo documento cartaceo, ritrovato fra le antiche carte di mio padre: misura circa 13 cm per 21.

Il testo riportato è il seguente:

“Termini li 12 febbraio 1882 / Il nostro Procuratore del Monte di / Pietà Signor Agostino Quattrocchi pagherà / A titolo di elemosina al Signor Francesco Gallegra / Lire due per le feste del Carnevale / nella quale somma va compresa la mesata del / corrente mese di Febbraio / Il Governatore / Ho ricevuto la detta somma di Lire due / Francesco Gallegra”.

Dal documento si evince che l’ente del Monte di Pietà allora contribuiva mensilmente, diremmo oggi quale sponsor, alla raccolta di contributi per l’organizzazione delle feste del Carnevale.

Ad occuparsi di tale raccolta era il signor Francesco Gallegra. Probabilmente oltre al Monte di Pietà, altri enti, istituzioni e privati cittadini contribuivano con la loro offerta all’organizzazione del Carnevale cittadino. Ciò è cifra di un coinvolgimento di tutta la cittadinanza a questa antica e importante momento di aggregazione cittadina».

Altri dati documentari relativi al Carnevale Termitano ed alla “Società del Carnevale” sono stati invece scoperti dall’Architetto Andrea Sansone, anch’egli noto studioso di storia locale. Abbiamo interpellato l’Architetto Sansone il quale cortesemente ci ha fornito a tal riguardo la seguente dichiarazione:

«Consultando infatti, alcuni manoscritti del XIX secolo, ho rinvenuto delle “Deliberazioni della Giunta Municipale” relative agli anni 1876, 1877, 1882, dalla lettura delle quali apprendiamo essere stati effettuati diversi pagamenti, sia a beneficio di persone, che della detta società».

La prima fonte reperita dal Sansone, come da lui stesso riferitoci, è data dalle “Delibere Giunta Municipale vol. 1876 – 1878, vol. n°. 5, p. 63 (anno 1876, 7 Settembre art. 140”. Viene riportato il “Parcellario di spese del 1° Settembre 1876”, nel quale è distinta la “Natura delle spese”, nonché i “Nomi e cognomi dei creditori”.

Nello specifico, riguardo le “Largizioni per la festa del Carnovale” (n. 128), furono corrisposte dall’amministrazione comunale a più persone diverse somme: “Borrello Francesco Paolo £. 61, per rimettere ai seguenti: due uscieri £. 10, 4 portonieri (portinai N.d.R.) £. 16, 2 capi spazzini £. 4, spazzini £. 6, Cardosi £.5, Sansone £. 3, Longo £. 2, Grimaldi £. 5, La cavera £. 2, Zappardo £. 1, Danesi £. 2, Tre bidelle £. 3, Palumbo £. 2”. La notazione più importante per la storia del Carnevale Termitano è la seguente: “Sussidio alla Società del Carnovale per occorrere alle spese della festa (n. 129). £. 150 in favore del cassiere della società”. Sempre nelle predette “Delibere Giunta Municipale vol. 1876 – 1878, vol. n°. 5, p. 159 (anno 1877)” sono presenti gli “Atti del Reggio Delegato Straordinario Amministrativo Avv. Antonino Groppo”.

Sono attestati due versamenti relativi ad un “Sussidio alla Società promotrice dei trattenimenti pubblici del Carnovale” nella persona di “Balsamo Barone Emanuele Presidente” ammontanti, rispettivamente a “£. 218,65” e “£ 81,35”. Infine, nel susseguente registro di “Delibere Giunta Municipale vol. 1878 – 1882, vol. n°. 6”, l’Architetto Sansone, relativamente anno 1882 (p. 462 e 472), ha reperito delle spese relative al Carnevale Termitano, datate rispettivamente il giorno 11 gennaio (“2. per consueta rimunerazione ai salariati del municipio in occasione delle feste del Carnovale £. 85”) ed il 21 marzo (“3. Importare di varie spese occorse in occasione dei balli pubblici nel passato Carnovale nel teatro e nel circo equestre, tanto per mantenimento dell’ordine nelle adiacenze dei locali, quanto per tenere pronta la pompa da incendi. £. 77”).

Dalle ricerche dell’Architetto Sansone, per la prima volta, esce fuori dall’oblio della storia il nome del presidente di una “Società promotrice dei trattenimenti pubblici del Carnovale” esistente a Termini Imerese nel 1877.

Allo stato attuale delle ricerche, non abbiamo certezza se tale Istituzione possa identificarsi con la precedente “Società del Carnovale” già documentata dallo scrivente all’inizio del 1876.

La “Società promotrice dei trattenimenti pubblici del Carnovale”, secondo quanto ci ha riferito l’Architetto Sansone, era retta da un certo “Balsamo Barone Emanuele Presidente”.

Per avere ulteriori ragguagli relativi alla famiglia alla quale appartenne il detto nobile personaggio, abbiamo interpellato il Geologo Antonio Contino, noto studioso di storia locale, il quale cortesemente ci ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Il cognome corretto della famiglia baronale è Balsano, non Balsamo. Si tratta di una casata nobile proveniente da Vicari, trapiantata a Palermo nel secolo XVIII da Gaetano Maria Balsàno che ottenne la cittadinanza il 18 novembre 1771 ed il giorno 8 dicembre fu investito del titolo di barone di Daina e Opezzinga.

Un barone Gaetano Balsano di Daina e Opezzinga, ebbe diritti sul feudo di Quaranta Salme nel territorio di Termini Imerese, come risulta dagli Atti dei Giurati di Termini Imerese del 1801.

In tale feudo, fu aperta una cava di calcare marnoso biancastro che veniva utilizzato per fabbricare un’ottima calce idraulica e che era in funzione ancora nel 1895, avendola in proprietà il figlio di detto Don Gaetano, Don Emanuele Balsano e Colletto, che possiamo identificare con l’illustre presidente di detta “Società promotrice dei trattenimenti pubblici del Carnovale”.

Questa famiglia utilizza il medesimo stemma dei Balsano (“d’oro al monte di nero, sormontato da un cavallo di rosso”), noti in Sicilia sin dal XIV secolo, ma non è accertata alcuna discendenza dalla più antica casata». 

Foto di copertina: Certificato di pagamento rilasciato a Giuseppe Patiri.

Foto a corredo dell'articolo: Documento attestante l’esistenza delle feste di Carnevale a Termini Imerese nel 1882.

Giuseppe Longo

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La lezione di Giuseppe Patiri e il futuro di Termini Imerese

Cefalunews, 4 febbraio 2013

Oggi più che mai si sente il bisogno di parlare delle origini storiche di Termini Imerese e l’esigenza di scoprirne già le decantate ricchezze artistico - culturali. L’intrinseca morfologia di un territorio, la cui vera vocazione turistica, è una prerogativa genetica per la sua ripresa economica e commerciale.

Ebbene, quest’attributo di “ricchezza territoriale” peculiarità della città imerese fu segnalato anche da Giuseppe Patiri (1846 -1917) paleontologo, etnologo e studioso di storia locale e lo rendeva noto sin dal 1898, nell’introduzione della sua “Termini Imerese antica e moderna” Palermo 1899.

L’opinione del Patiri ritorna oggi, preminente alla ribalta, e con ragione si potrebbe aggiungere anche la parafrasi latina “Historia Magistra vitae”. In questa locuzione attribuita a Marco Tullio Cicerone (106 a.C. 43 a.C.) in De Oratore (II, 9) s’individua la risoluzione di questa comune necessità cittadina, ciò nonostante lasciamo parlare con giudizio Giuseppe Patiri.

A chi legge

«Come e perché Termini-Imerese sia una tra le prime città secondarie del regno, lo sa la storia, la scienza, l’arte, il commercio, ma lo ignorano molti in Sicilia, e moltissimi di là del Faro e delle Alpi. La povera città delle più antiche Terme del mondo ben di rado si affaccia in mente al touriste, allo sportman ed a tutte le elette turbe dei viaggiatori, che le gettano un’occhiata, attraverso i convogli ferroviarii, e ne ammirano, al più, il bel panorama; ma tiran dritto, attratti dalla fama d’altri siti. Eppure Termini-Imerese possiede dei tesori non comuni nel campo delle antichità, delle arti, delle industrie e di tutto quanto eccelle agli occhi del civile consorzio.

Superba dei più belli tetradrammi della Sicilia, che son quelle d’Imera, custodisce con orgoglio i suoi antichi musaici ed i marmi dell’epoca romana, accanto agli affreschi del Graffeo, dello Spatafora, del Barbera tutti e tre termitani, ed accanto alle opere del Monrealese, del Gagini e del Raffaello di Sicilia.

Essa vanta risorse salutari, come le sue Terme; industrie rinomate, come le sue paste alimentari ed i suoi olii; fasti storici, come l’assedio degli Angioini: cimelii d’arte antica, come l’Acquidotto Cornelio; portenti d’intelletto come gli Ugdulena: statisti, storici filosofi e letterati, come i Balsamo, i Palmeri, i Romano, i Sanfilippo….. e tacciamo del resto. Farla apprezzare un po’ più questa sfortunata terra di Stenio e del Generale La Masa, diradarne le tenebre immeritate, che nascondono il volto, e mostrarne, di sfuggita, i suoi vezzi ed i suoi gioielli, che ne ha a dovizia, non ci sembrò opera vanitosa, né del tutto inutile.

E l’abbiamo fatta: con la pretensione solamente di gettar la prima pietra, pur aspettando che altri faccia opera migliore e completa».

Termini Imerese, Dicembre 1898

Giuseppe Patiri

A parte le rinomate industrie alimentari - conserviere non più esistenti, i quasi dissolti territori dediti all’agricoltura, i suoi mosaici e le vestigia romane scomparse, i quasi inesistenti frantoi, e per di più un territorio bistrattato che aspetta ancora di essere ottimizzato; siamo ancora in tempo, per preservare i suoi fasti, i suoi tesori e farli ammirare ai visitatori.

Chiaramente di pietre dopo il Patiri ne sono state gettate, ciò a significare la partecipazione civica alla crescita e allo sviluppo della Città. Com’è pure certo che valenti ricercatori abbiano approfondito la storia locale, analizzandone i suoi aspetti più reconditi e scoprendone di nuovi.

In realtà è mancata quella fiducia verso le proprie origini, tanto da farla divenire una città che vive solamente dei ricordi del suo glorioso passato.

Foto a corredo dell’articolo: Termini Imerese, inizi ‘900. Villa Palmeri e chiesa di S. Giovanni Battista. Collezione Privata.

Giuseppe Longo 

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Giuseppe Cocchiara un poliedrico etnologo siciliano

Giornale del Mediterraneo, 5 ottobre 2012

L’antropologo ed etnologo Giuseppe Cocchiara (1904-1965) considerato uno fra i maggiori studiosi del folklore in Europa, nacque a Mistretta in provincia di Messina. Fin da ragazzo manifestò il suo interesse verso gli studi demologici, pubblicando svariati e interessanti saggi. Laureatosi in legge, nel 1929 si recò in Inghilterra a Oxford per studiare Antropologia Sociale avendo come docenti i noti esperti Bronisław Malinowski (1884-1942) e Robert Ranulph Marett (1866-1943).

Al suo ritorno in Italia nel 1933 ottenne la libera docenza e in seguito la cattedra di “Storia delle Tradizioni Popolari all’Università di Palermo”, reggendola fino alla sua morte. Durante questi anni elevò l’Università palermitana a un prestigioso livello internazionale. Giuseppe Cocchiara fu autore di circa cento opere fondamentali e tradotte in diverse lingue. Per quindici anni fu Preside della Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo.

Ebbe in Italia e all’estero vari riconoscimenti, rivestì l’incarico di Segretario Generale dell’Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Palermo, fu membro di diverse Accademie: l’Istituto Reale di Antropologia Sociale Inglese, la Società Sociologica Internazionale di New York, la Società Etnologica Indiana, l’Accademia Finnica di Helsinki e fu insignito della Laurea Honoris Causa in Lettere all’Università di Atene.

In che misura la figura di Giuseppe Cocchiara fosse rilevante, si può capire attraverso l’opinione di Yeleazar Meletinsky (1918-2005) (dottore in Scienze Filologiche, Storico Culturali e Folklore, studioso di Letteratura comparata del Mito Occidentale e Orientale e Poetica Storica) il quale ebbe a scrivere: “Ecco finalmente un occidentale che ha qualcosa da insegnarci”. 

Nel 1934 il Cocchiara fu incaricato dal Municipio di Palermo di riordinare un gran numero considerevole di materiale raccolti dal famoso Antropologo e Folklorista Giuseppe Pitrè (1841-1916) stipati in quattro sale di un vecchio e angusto locale (una sorta di primo Museo) ubicato in via Maqueda a Palermo.

In quest’ambiente tutto il prezioso materiale assommante a circa 1500 oggetti, era rimasto nel dimenticatoio fin dalla scomparsa del Pitrè. I preziosi manufatti ebbero un’onorevole sistemazione e classificazione con la creazione dell’esposizione permanente, situata nei locali annessi della Palazzina Cinese, nel Parco della Favorita.

La realizzazione del neonato Museo la si ebbe grazie a Giuseppe Cocchiara dopo un lungo negoziato intrapreso con il Ministero dell’Educazione Nazionale. Ben presto nel Museo che giustamente fu intitolato a “Giuseppe Pitrè”, furono immessi altri preziosi oggetti che raggiunsero i circa ventimila pezzi. Al giorno d’oggi il “Museo Etnografico Siciliano Giuseppe Pitrè”, raccoglie circa quattromila reperti. Oltre alla collezione Pitrè, il Museo comprende le raccolte riguardanti la sezione “Etnografica” ceduta dal Museo Nazionale di Palermo e altre donazioni di privati.

Attualmente, oltre alla sede principale ubicata in Viale Duca degli Abruzzi nel Parco della Favorita, il Museo Pitrè comprende un’altra struttura secondaria situata nel quartiere dell’Albergheria sempre a Palermo nel settecentesco Palazzo Tarallo di Ferla - Cottone d’Altamira.

Volendo ricordare le opere più notevoli di Giuseppe Cocchiara menzioniamo: “La vita e l’arte del popolo siciliano nel Museo Pitrè, “Genesi di leggende”, “Il linguaggio della poesia popolare”, “Storia degli studi delle tradizioni popolari in Italia”, “Il mito del buon selvaggio”, “Pitrè, la Sicilia e il folklore”; “Storia del folklore in Europa (che gli fece conferire il premio Marzotto e il I° premio internazionale “G.Pitrè”), “Il paese di cuccagna” “Popolo e letteratura in Italia”, “L’eterno selvaggio”, “Il mondo alla rovescia”, “Le origini della poesia popolare”.

A Giuseppe Cocchiara vengono attribuiti anche i meriti per aver fondato a Palermo la Facoltà di Magistero e per essersi battuto affinché si realizzasse l’attuale sede della Facoltà di Lettere. Purtroppo, non poté assistere al completamento dell’attuale sede di Lettere, in Viale delle Scienze, a causa della sua prematura scomparsa. Il 21 gennaio 1973 a Palermo la XXXV Scuola Media è stata intitolata a Giuseppe Cocchiara. 

Foto di copertina: L’antropologo ed etnologo Giuseppe Cocchiara.

Foto a corredo dell’articolo:

Palazzina Cinese da Wikipedia

Museo Etnografico Siciliano Giuseppe Pitrè da Wikipedia.

Giuseppe Longo 

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Giuseppe Navarra e il Carnevale di Termini Imerese

Giornale del Mediterraneo, 20 settembre 2012

Giuseppe Navarra (1893-1991) fu un uomo di “sapere” che amò profondamente la sua terra natia, Termini Imerese. Dopo aver frequentato nella propria città gli studi di base, conseguì a Palermo la laurea in Scienze Economiche e Commerciali, ottenendo la specializzazione in Scienze Coloniali. In seguito a Roma, presso il Ministero dell’Educazione Nazionale, ottenne il Diploma in Lingua Inglese. Nel periodo della sua gioventù (avvalendosi del titolo di Consulente in Diritto Commerciale e Scambi Internazionali) ebbe modo di trasferirsi all’estero per approfondire gli studi di Scienze Economiche presso l’Università di Duquesne e Pittsburgh (contee di Allegheny nello stato della Pennsylvania) e proprio negli “States” vi rimase a lungo esercitando la sua professione. I suoi viaggi di lavoro lo portarono a visitare anche altri Stati: Canada, Messico, Egitto, Libano, Giordania e i paesi europei come Francia, Inghilterra e Spagna. Nel corso della Prima Guerra Mondiale a Washington ricoprì il ruolo di Segretario dell’Ambasciata d’Italia e di Segretario della Commissione di Approvvigionamento della Marina Italiana.

Successivamente rivestì l’incarico di Gerente del Dipartimento estero della “Midland Saving & Trust Company”. Ebbe un amore sviscerato per l’archeologia e prima che ritornasse nella sua Termini Imerese, partecipò a diverse Missioni archeologiche in Messico (Yucatan) e in Egitto (Luxor). A Termini Imerese si occupò della tutela dei numerosissimi Beni Culturali e approfondì le sue conoscenze nel campo del folclore e del dialetto termitano. Fu docente di lingua Inglese nel liceo classico “Gregorio Ugdulena” e divenne Ispettore Onorario alle Antichità delle province di Palermo e Trapani, Ispettore Onorario ai monumenti della Sicilia Occidentale, Membro dell’Archeoclub di Roma e Membro del Consiglio Internazionale dei monumenti e siti di Parigi. Nel 1963 durante gli scavi esplorativi del sito archeologico di Himera, collaborò con l’Istituto di Archeologia dell’Università di Palermo. Il Navarra inoltre per diversi anni su incarico della Curia Arcivescovile di Palermo studiò sistematicamente la Chiesa di S. Giacomo Apostolo Maggior antica Chiesa Madre di Termini Imerese. All’interno di essa scoprì degli affreschi che erano stati poi intonacati.

Le sue particolari doti umane lo portarono a rivestire la carica di Presidente dell’Istituto filantropico Opera Pia “Inguaggiato” e fu Socio fondatore della “San Vincenzo De Paoli” a Termini Imerese. Scrittore versatile fu corrispondente del Giornale di Sicilia e collaboratore delle riviste “Europeo” e “Palermo”. A lui si devono numerosi articoli di archeologia, storia, finanza e di dialettologia. Ebbe numerosi riconoscimenti onorifici: nel 1959 medaglia d’argento come “Benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte”, nel 1963 Cavaliere nell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. Il suo nome è stato inserito nel “Dictionary of international biography 1976” edito in Inghilterra, a Cambridge. Nel 1991 dal Comune di Termini Imerese veniva pubblicata la sua opera “Locuzioni e modi proverbiali nella parlata di Termini Imerese”. Nel 1996, a cura del prof. Peter Dawson, docente di Lingua e Letteratura inglese all’Università degli Studi di Palermo e della prof.ssa Francesca Orestano, docente di Lingua e Letteratura inglese e Letteratura anglo-americana all’Università di Milano, veniva pubblicato il libro di Giuseppe Navarra, “Il dizionarietto di un Italiano in America”. E nel 2000 a nove anni dalla sua scomparsa era dato alle stampe “Termini com’era” a cura dell’antropologo prof. Salvatore D’Onofrio, docente nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo e membro del laboratorio di Antropologia Sociale del Collège de France. Il nome di Giuseppe Navarra è anche legato al Carnevale di Termini Imerese.

E’ interessante riportare quanto il prof. Giuseppe Navarra scrive sul Carnevale Termitano nel suo libro “Termini com’era” GASM, 352 pp. 2000, nel capitolo “Le feste calendariali” alla voce “Carnalivari”. E’ una testimonianza del modo di vivere a Termini Imerese nel dopoguerra, in occasione della festa del Carnevale, un’esistenza piena di stenti per le condizioni di vita e dall’alta percentuale di povertà ma senza dubbio un modo di vivere più genuino e privo di fronzoli. A quell’epoca ci si accontentava di poco per divertirsi. Ecco quanto scrisse il Navarra.

«Da noi il Carnevale non finiva più. Cominciava il giorno dopo l’Epifania e terminava col Martedì grasso. Il giorno stesso dell’Epifania, a Termini Bassa si sentiva il cupo suono della brogna, quel tritone che una volta si pescava occasionalmente nel nostro mare, ed i monelli andavano gridando per le strade: “Doppu li ti Rrè, Olè, Olè” (N.d.r. dopo i tre Re Olè Olè). Erano già venuti, e continuavano a venire i venditori di tammureddi (N.d.r. piccoli tamburi), cerchietti di legno di tutte le dimensioni con un lato coperto da una membrana, e con incorporatevi dei pezzetti di latta che vibravano quando lo strumento veniva agitato o percosso. L’indomani dell’Epifania i monelli già uscivano per strade, con in faccia una maschera e gridando: “Ih, eh, Carnalivari iè, Ih, eh, Carnalivari iè” (N.d.r. Ih, eh, Carnevale è, Ih, eh, Carnevale è). La primavera che si avvicinava dava a tutti un senso di euforia, e nasceva in ognuno il desiderio di svagarsi e distrarsi; mancava la radio e la televisione, mancava il cinematografo e si era così pervasi da un bisogno di allegria e spensieratezza. Per prima cosa spuntava il calài.

Si trattava di un vistoso pezzo di carta, o di stoffa, assicurata ad uno spillo ridotto ad uncino, che si attaccava destramente di soppiatto, a ridosso del vestito, scialle o mantello di un povero cittadino che, ignaro, tranquillamente passeggiava per la via. La vista di una persona che, così conciata, camminava per i fatti suoi, destava molta ilarità, finchè le risatine, le occhiate significative e il cannalivari iè gridato da qualche monello non avvertiva il merlo che gli era stato giocato un tiro. I mascarati (N.d.r. persone che indossavano la maschera) a volte a frotte, si vedevano ogni giorno in ogni parte della città, ed i giovedì e le domeniche, quando si ballava in casa di privati, avevano facoltà di partecipare ai balli, ma dovevano prima farsi riconoscere, togliendosi la maschera.

I giovedì di carnevale prendevano i nomi di “iòviri ddi li cummari”, “iòviri ddi li parenti”, “iòviri zzuppiddu” e “ggioveddì rassu” (N.d.r. giovedì delle comari, giovedì dei parenti, giovedì del diavolo e giovedì grasso) ed in ognuno di questi giorni la baldoria aumentava e la cucina era più doviziosa non mancando mai la salsiccia, cotenna e carne di maiale, a costo, magari, di fare qualche debituccio. Il “ggiveddì rassu”, specialmente, le maschere ed i domino (N.d.r. travestimento di carnevale composto da un ampio mantello con cappuccio) erano numerosissimi, e le case private in cui si ballava a suon di fisarmonica, di mandolino e di friscalettu (N.d.r. strumento musicale a fiato simile al flauto) non si contavano più. Qualche volta compariva anche il mariolu (N.d.r. scacciapensieri). Nell’ultima domenica di carnevale l’animazione cresceva e l’atmosfera gioiosa pervadeva tutti, ma il gran giorno, “martedì rassu” si scatenava la baraonda. Maschere, frastuono, petardi trombe e trombette, brogne, getti di cipria.”… Ma ritorniamo al martedì grasso. Salvo qualche disgraziato, e ce n’erano, le provviste erano state abbondanti, e a mezzogiorno il pasto era stato fuori dall’ordinario, perché si era lasciato allo stomaco ampio spazio per il baccanale della sera. Imperava la carne di maiale che era presente nelle sue varietà, ed i giardinieri avevano scannato il maiale che avevano allevato nel loro giardino.

Non si poteva in nessun modo rinunziare alla pasta fatta in casa, e la madre di famiglia aveva già preparato i maccheroni che venivano stesi su canne ad asciugare. Annotando avveniva un gran concorso di popolo per il rogo che attendeva il povero nannu, un fantoccio appeso ad una canna, dietro il quale procedeva lentamente la calca che gridava con voce lamentevole: “nannu miò”, “nannu miò (N.d.r. Nonno mio, Nonno mio). Una persona con voce stentorea, tra le grida di ilarità, leggeva quindi il testamento del morituro, in forza del quale persone conosciute da tutti ricevevano in eredità il bastone, l’orologio, la caiella (soprabito), le pantofole, la pipa, l’orinale ecc. Finita la lettura il povero nannu era dato alle fiamme come un malfattore, tra le grida ed i lamenti dei presenti, che erano assecondati dalla fasuledda della musica (N.d.r. componimento che viene ballato in cerchi seguendo la velocità del ritmo che va alternandosi) Ed ora tutti i pensieri erano rivolti alle tante cose da ingozzare. Un gran piatto di maccheroni allo stufato di maiale, condito con ricotta: cotenna, mollame, salsiccia stufata e arrostita, insalata, olive nere e bianche alle quali seguivano arance e finocchi. 

Chiudeva la festa il principe dei dolci, il cannolo, che allora aveva una lunghezza e un diametro considerevoli, seguito da noci e mandorle abbrustolite. Che aiutavano a mandare giù rispettabili quantità di vino, a quei tempi ricavato dall’uva, per “ccomu è bberu Ddiu” (N.d.r. come è vero Dio “vino verace”) come si diceva. Se i fumi dell’alcol non avevano ancora ottenebrato le menti, potevano seguire scherzi, facezie e indovinelli, mentre i più giovani ballavano la tarantella. Fino a notte alta si giocava a tombola o a ssetti e mmenzu (N.d.r. gioco del sette e mezzo) La parola Carnalivari si riferisce a persona inetta, goffa, maldestra e superficiale». Ancora oggi il prof. Navarra è ricordato per la sua, erudizione e per il suo spirito acuto nell’osservare la realtà cittadina della “Termini com’era”».

Si ringraziano la Prof. Antonella Tripi per la foto di Giuseppe Navarra, e la Prof. Maria Teresa Castiglione Navarra per le informazioni biografiche. 

Foto di copertina: Prof. Giuseppe Navarra.

Foto a corredo dell’articolo: Carnevale di Termini Imerese nel dopoguerra. Per gentile concessione di Antonino Surdi Chiappone. 

Giuseppe Longo

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Il Mastro di Campo di Mezzojuso: La pantomima discendente dell’antico Carnevale di Palermo, ovvero l’Atto di Castello

MadonieLive , 17 febbraio 2026 La rappresentazione pantomimica del Mastro di Campo che si svolge annualmente a Mezzojuso (PA), l’ultima dome...