MadonieLive, 17 febbraio 2026
La rappresentazione
pantomimica del Mastro di Campo che si svolge annualmente a Mezzojuso (PA),
l’ultima domenica di Carnevale, trae origine, secondo l’erudito Francesco Maria
Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca (1720 - 1802), da un fatto storico
avvenuto a Palermo nel XV sec. I principali interpreti dell’evento furono:
Bernardo Cabrera (1350 - 1423), conte di Modica nei tempi dell’interregno di
Sicilia, dopo la morte del Re Martino il Giovane (1374 - 1409), e la Regina
Bianca di Navarra (1385 - 1441), vedova del Re Martino. Secondo la tradizione,
il Cabrera, perdutamente innamorato della Vicaria (la quale rinunziò ad una
pretesa di matrimonio da parte del catalano Bernardo), e incapace di accettare
un simile rifiuto, decise di assoggettarla mettendo sotto assedio il suo
castello. A tal proposito, scrive Ignazio Gattuso (1903 -1978), autore di
importanti pubblicazioni dedicate alla storia, alle tradizioni popolari e alla
memoria culturale di Mezzojuso: […] dal
confronto tra il fatto storico e la descrizione della rappresentazione, appare
chiaro che il castello sarebbe il Palazzo Chiaramonte […].
In realtà, l’arrivo nella
capitale del Gran Giustiziere del Regno, alla volta del detto palazzo, noto
come lo Steri (oggi sede del Rettore dell’Università di Palermo), nei pressi
dell’odierna Piazza Marina, attirò molta attenzione in città. Di conseguenza,
la bella e giovane regina Bianca, avvertita in tempo, riuscì a stento a
mettersi in salvo, allontanandosi dal Palazzo, insieme alle sue damigelle,
dirigendosi verso la marina. Giunti lì, salirono a bordo di una galea, e
raggiunsero il Castello di Sòlanto (oggi nel territorio comunale di S. Flavia),
trovandovi rifugio. Intanto, a Palermo, il Cabrera, senza avere sospetti sulla
fuga della Vicaria, riuscì ad assediare il Palazzo, ma, non trovandovi la
giovane regina, fu sopraffatto da un'esplosione di rabbia e disperazione. Tale
irrazionale infatuazione lo portò a compiacersi, gettandosi sul letto da poco
disfatto, tra le lenzuola ancora calde della regina per sentirne ancora il suo
profumo. Però, alla fine di questa vicenda, l’attempato spasimante, rimase
senza ciò che sperava di ottenere, ovvero: l’amore ambìto e probabilmente,
neppure di impadronirsi facilmente del regno della navarrese. Tuttavia, a
partire da questo racconto-evento, avrà luogo nel capoluogo la trasformazione
di questa storia drammatica in una farsa popolare. Infatti, l’episodio, ispirò
nei quartieri storici palermitani del XVIII sec. una parodia, ossia, il gioco
popolaresco teatrale chiamato “Atto di Castello”.
Un altro apporto prezioso
circa la descrizione farsesca del «Mastro di Campo» ci perviene anche dal prof.
Salvatore Raccuglia (1861-1918) che collaborò all’Archivio delle Tradizioni
curato dal Pitrè (e autore di molteplici pubblicazioni di argomento pedagogico,
storico e di tradizioni popolari). Difatti, scrive ancora il Pitrè, in merito a
“Il Mastro di Campo rappresentazione carnevalesca in Mezzoiuso” (2) […] Questa notizia del mastro di Campo in Mezzoiuso è stata scritta per me
dal prof. Salvatore Raccuglia, così
dotto e sagace cultore di studi storici come esperto ed acuto ricercatore e
raccoglitore di tradizioni popolari di Sicilia e pedagogista di valore. Allo
egregio uomo i miei vivi ringraziamenti […].
E sempre il Pitrè,
continua ad informarci: […] Questa
rappresentazione muta fin qui descritta dal Raccuglia ha una storia, già stata
fissata nella seconda metà del sec. XVIII […].
Tuttavia, è palese che la
rappresentazione mezzoiusara del “gioco guerriero”, pur con qualche variante o
differenza, è anch’essa il “trait d'union” dell’antico assedio, accaduto a
Palermo nel XV sec. E’ evidente, pertanto, che il Mastro di Campo (sia palermitano
che mezzoiusaro) non è altro che la parodia di un avvenimento storico, dove si
sono conservati i caratteri principali degli interpreti che furono coinvolti
nella notte del 12 gennaio 1412, ossia: il «Mastro di Campo», nel protagonista di Bernardo Cabrera; e la Regina, nella Vicaria, Bianca di
Navarra.
Ciò nonostante, le
rappresentazioni di Palermo e Mezzojuso, mostrano chiaramente delle
caratteristiche distintive. Infatti, nell’Atto di Castello citato dal
Villabianca e nel «Mastro di Campo» in Palermo, l’assediatore, tenta invano di
arrampicarsi su una scala per raggiungere il finto castello (su cui si
trovavano i personaggi teatrali, vestiti da Re e da Regina, e altri figuranti),
ma, i difensori gli impediscono di salire, e lo rigetteranno subito indietro,
facendolo cascare in terra, con grande scherno e ilarità del pubblico presente.
E inoltre, l’amore che prova il Mastro di Campo, non viene ricambiato dalla
regina.
Mentre a Mezzojuso, sin
dalla metà del XVIII sec. fino all’edizione coeva, la regina, corrisponde con
complicità all’amore di «Mastro di Campo», che, pur sempre scalerà il Castello,
il quale viene difeso strenuamente dal re e dal suo stato maggiore. Poi, nel
seguito di altre azioni fantastiche che si alterneranno nella pantomima,
riuscirà a vincere. Di conseguenza, è proprio il «Mastro di Campo» che nella
parodia di Mezzojuso, diviene una figura dominante della messinscena, e ogni
anno, i numerosi spettatori fanno il tifo per lui. Il condottiero che sfida il
sovrano, e alla fine conquisterà la regina, indossa il caratteristico
abbigliamento: una maschera rossa, un cappello e un mantello di colore rosso,
su una camicia bianca con nastri variopinti e pantaloni rossi.
E’ già acclarato, che la
rappresentazione di Mezzojuso oltre ad essere la continuazione dell’Atto di
Castello descritto dal Marchese di Villabianca, è anche l’unica forma di
pantomima ancora presente. Eppure, non ci è dato sapere quando essa sia sorta
nella cittadina. Lo studioso della storia e delle tradizioni popolari di
Mezzojuso, Ignazio Gattuso in ogni modo ci informa (3):
[…] Ma quando sorse la rappresentazione e quando fu introdotta in
Mezzojuso? Né all’una né all’altra domanda possiamo rispondere con documenti.
Che la rappresentazione sia sorta in Palermo, non v’ha alcun dubbio, perché il
fatto storico dal quale ebbe origine e che vedremo nel seguente capitolo - si
svolse a Palermo e fu appunto nel popolo di questa città che destò la prima e
profonda impressione e fu qui perciò che nacque la parodia [...]
Infine, un’altra
singolarità rilevante rispetto alle prime manifestazioni parodistiche del
«Mastro di Campo», segnatamente, il Re e la Regina, ci vengono fornite sempre
dal Gattuso, infatti, lo studioso scrive:
[…] Tra i personaggi principali vediamo un Re accanto alla Regina, re che
originariamente le era padre (ed era più esatto considerarlo tale), ma che poi
dal popolo stesso è stato creduto marito, che la Regina Bianca nella storia,
quando ebbe a lottare col Cabrera, non aveva [...]
Circa la storia del
carnevale palermitano, si rammenta, che sin dal XVIII sec., nella capitale
siciliana, oltre al «Mastro di Campo», esisteva un vasto repertorio di costumi
carnascialeschi (4) in particolar
modo le maschere de il “Nannu e la Nanna” (N.d.r. Nonno e Nonna) che ebbero
molta notorietà con le celebri sfilate su un cocchio, lungo il Corso Vittorio
Emanuele (5) (6) (7) (8) (9) (10).
Purtroppo, le maschere del Nannu e della Nanna palermitani, per il mutamento
dei costumi e delle consuetudini, hanno perso nel tempo la loro tipicità
autoctona, fino a svanire e scomparire gradualmente. Del nostalgico contesto
scenografico carnascialesco che si svolgeva lungo il “Cassaro” nel XIX sec., ci
rimangono solamente le fonti storiografiche. Ciò nonostante, a Palermo, le
maschere dei due vegliardi (che non vengono più indossate dai figuranti), si
sono ridotte formalmente alla stregua di due semplici fantocci. Essi sono
relegati in modo sparuto ed esiguo, solamente nei principali quartieri storici
di Palermo. Mentre, le maschere carnascialesche di Termini Imerese, antico
retaggio (11) del Carnevale di
Palermo, “lampantemente” non autoctone, continuano ogni anno a sfilare per le
vie cittadine imeresi, perpetuandone la tradizione tutta palermitana (12). Sicchè, come per la festa di
«Mastro di Campo», anche la manifestazione carnascialesca di Termini Imerese è
l’erede diretta dell’antico Carnevale di Palermo, quest’ultima, celebrata un
tempo nel capoluogo siciliano sin dal XVI secolo, e da alcuni anni a questa
parte riscoperta.
Abbiamo avuto modo di
conversare con il dott. Biagio Bonanno, Presidente della Pro Loco di Mezzojuso,
e gli abbiamo chiesto di parlarci dei principali protagonisti della
manifestazione folcloristica di «Mastro di Campo», e pur succintamente anche
dei personaggi che ruotano intorno a questa popolarissima pantomima che si
svolge nell'entroterra del capoluogo siciliano.
«Voglio raccontare in
breve che cosa è il “Mastro di Campo” per noi mezzojusari. Noi amiamo dire che
per Mezzojuso il nostro carnevale, soprattutto il “Mastro di Campo”, non è per
convenzione il consuetudinario contesto carnascialesco, bensì una cosa seria.
Infatti, tutti i contendenti fanno a gara per partecipare e interpretare,
magari una volta nella loro vita, il personaggio del Mastro di Campo, o il Re
o la Regina,
oppure il ruolo dei rispettivi componenti dell’antica manifestazione, ossia: il
Segretario
del
Re; il Moro e le Guardie; l’Artigliere del Re; le Dame
e i Cortigiani;
l’Ambasciatore;
il Barone
e la Baronessa;
il Campiere
e i suoi collaboratori, ossia: i Suprastanti, il Curatulo e lo Sfacinnatu;
il Mastro
di casa; i Musicanti, i Tammurinari; i Giardinieri; gli Scalettari;
il Pecoraio;
i Volanti;
i Fofòrio;
i Maghi;
gli Ingegneri;
l’Eremita;
i Cavalieri;
la Cavalleria;
il Capitano;
Garibaldi;
e i Garibaldini.
Poi, si va alla ricerca di tutto quello che serve per il contesto scenografico: i muli, i cavalli, gli asini, le bardature. Pensi, che acquistiamo, ben 700 chili di confetti che vengono poi lanciati in una “guerra di confetti” dalla cavalleria. Poi, c’è il Campiere che da profittatore diventa un generoso dispensatore di alimenti, cioè, il formaggio e il vino. Chiaramente, tutti questi eventi, ovvero, le attività, i processi e le azioni intrinseche che avvengono all’interno della pantomima, hanno un preciso significato, nulla è fatto per caso. Perciò, tutti questi personaggi, come: la Cavalleria, il Fofòrio, e i Garibaldini, lottano accanto a Mastro di Campo per far sì che lui possa conquistare la bella regina.
In questa lotta ci sono
diversi tempi scenografici: le guerre, i sortilegi, e i maghi che cercano di
togliere l’incantesimo che impedisce al «Mastro di Campo» di arrivare al
Castello. Poi, attraverso la scoperta di un bel pitale (càntaru), pieno di
maccheroni che trovasi sepolto sotto il Castello, si rinnova ogni anno il
simbolo del buon auspicio e della guarigione del «Mastro di Campo».
Il càntaru, contiene
succulenti maccheroni con il sugo, polpette di carne e salsiccia che poi gli
stessi maghi mangiano con le mani, e tentano di offrire al pubblico questa
squisita pietanza. C’è il Pecoraio che simboleggia il diavolo, che balla in
continuazione dinanzi al «Mastro di Campo», cercando di sbarrargli la strada
verso la scalata al castello. Il «Mastro di Campo» cerca di infilzarlo ma non
ci riesce.
C’è poi Fofòrio, il capo
dei briganti che anticamente diciamo, aveva il ruolo di catturare in ostaggio
una persona benestante e una povera, questi due, poi, erano condotti in una
bottega (putìa), qui il ricco (che poteva permetterselo), acquistava a proprie
spese una buona scorta di alimenti (pasta, zucchero, salumi, formaggi, ecc.)
per rifocillare il bisognoso, il quale con tutto quel ben di Dio, se ne tornava
a casa tutto contento. Mentre il ricco veniva rilasciato dai Fofòri dopo aver
pagato per così dire il prezzo del suo riscatto. Per cui anticamente, soltanto
contestualmente alla manifestazione, il povero poteva concedersi di assaporare
e godersi un pezzo di salsiccia o un pezzo di buon formaggio, senz’altro,
alimenti più ricercati e desiderati.
In passato per una serie
di vicissitudini che hanno coinvolto il paese, si è preferito di non
organizzare la manifestazione. Oggi, fortunatamente, per una forte motivazione
collettiva, la manifestazione si svolge puntualmente ogni anno. Addirittura, la
domenica precedente o il martedì grasso, viene organizzato il “Mastro di Campo
dei piccoli”, una versione della storica pantomima dedicata ai bambini. Cioè
ragazzini di dieci o dodici anni, anche più piccoli, che realizzano la storica
manifestazione (con tutti i personaggi al completo) con la stessa vivacità e
forza di quella dei grandi. Infatti, questa è la dimostrazione che noi
formiamo, per così dire, quell’avvicendamento che ci consente di avere di
generazione in generazione quelle nuove figure per la conservazione e lo
sviluppo della ormai nota e unica pantomima in Sicilia.
A Mezzojuso, i bambini per
Carnevale non vanno alla ricerca del costume di Pulcinella, di Arlecchino o di
Topolino. Preferiscono indossare il vestito di «Mastro di Campo», che i loro
genitori, prima li commissionano alle sarte locali e poi li donano ai propri
figli. Come lei ben sa, il «Mastro di Campo» è entrato a far parte del Registro
delle Eredità Immateriali (REI) della Regione Sicilia ed è incluso nei
Carnevale storici della Regione Sicilia. Abbiamo iniziato tanti anni fa un
percorso con i vari paesi siciliani per valorizzare il carnevale delle
maschere, la cosiddetta Festa delle Identità. Difatti, abbiamo interpellato: i
“Riavulicchi di Corleone”, “Peppe Nappa”, il personaggio del carnevale di
Sciacca, il “Domino” di Bisacquino, lo “Scacciuni”, la maschera tradizionale del
Carnevale di Cattafi.
Questi varie maschere carnascialesche, raccontano le proprie tradizioni,
attraverso questi antichi costumi. Inoltre, siamo entrati a far parte anche nel
Gruppo Coordinamento Maschere d’Italia, capitanati da Verona, dove si sta
tentando a livello nazionale di coinvolgere il Ministero della Cultura, per
inserire, diciamo, in un capitolo di salvaguardia, questi antichi carnevali. Io
amo dire che il nostro non è un carnevale composto di carri allegorici, ma,
l’unico carnevale che racconta la più bella storia d’amore del carnevale
siciliano.
Le narro un aneddoto, facendole capire come la gente prende
con grande serietà, impegno, responsabilità e dedizione la manifestazione del
«Mastro di Campo». Si racconta che una volta, un certo figurante ('Ndria Rau),
un uomo piuttosto robusto e dalla folta
barba bianca (con una vaga somiglianza all’Eroe dei due Mondi) per parecchi
anni aveva rappresentato in seno alla manifestazione, Giuseppe Garibaldi.
Durante un’edizione del «Mastro di Campo», alla fine della battaglia tra i
Garibaldini e soldati del Re, a quanto pare, il nipotino accidentalmente fu
coinvolto nella disputa. Pertanto, egli, piangendo, corse verso il nonno
esclamando: «nonnu nonnu mi struppiau e mi fici
mali»* alchè il bambino ricevette una decisa
e risonante risposta: «ma quali nonnu e
nonnu... iu 'u Generali sugnu!»**. Questo per dire come sia profondo
il coinvolgimento emotivo dei partecipanti, alla manifestazione del «Mastro di
Campo».
Noi come Pro Loco, è da più di vent’anni che organizziamo il
«Mastro di Campo». Il nostro sogno è di realizzare una struttura museale, anche
multimediale, su questa caratteristica pantomima siciliana. Inoltre, è nostro
desiderio creare la Fondazione sul «Mastro di Campo» che si occupi a 360° non
solo dell’organizzazione, ma anche degli aspetti museografici, della raccolta
foto, e intrecciare rapporti con le Università».
*(Nonno,
nonno, mi sono lesionato e mi sono fatto male)
**(ma
quale nonno e nonno, io sono il Generale!).
N.B. La traduzione si deve alla cortesia del Prof. Fonso Genchi (Presidente dell’Accademia della Lingua Siciliana).
Note:
(1)
Giuseppe
Longo 2022,I quattro giovedì che
precedono il Carnevale: ovvero i quattro “joviri” nel racconto di Giuseppe
Pitrè, Cefalunews, 12 gennaio.
(2)
Giuseppe Pitrè, La Famiglia, la Casa, la Vita del popolo siciliano, vol. unico.
Palermo, Libreria Internazionale, A. Reber, 1913.
(3)
Antonino Buttitta, Antonio Pasqualino, Il Mastro di Campo a Mezzojuso con testi
di Salvatore Raccuglia e Ignazio Gattuso, Fondazione Ignazio Buttitta, Palermo,
2007.
(4)
Giuseppe
Longo 2022, Il Carnevale di Palermo del 1774 e le reminiscenze carnascialesche
cittadine del 1931, Cefalunews, 12 febbraio.
(5)
Giuseppe
Longo 2022, Palermo 1931. I Nanni di Carnevale arrivano ai Quattro Canti,
Cefalunews, 16 febbraio.
(6)
Giuseppe Longo 2023,Palermo 1931:
Vincenzo Florio Jr. rilancia l’antico Carnevale già attivo nell’Ottocento,
Cefalunews, 5 febbraio.
(7)
Giuseppe
Longo 2023, Il Carnevale di Palermo nel 1931, la rinascita. I primi carri nella
sfilata in centro e le premiazioni, Cefalunews, 21 febbraio.
(8)
Giuseppe
Longo 2022, La Società del Carnevale di Palermo e il gran pranzo di beneficenza
al Politeama Municipale, Cefalunews, 19
febbraio.
(9)
Giuseppe
Longo2016,Il Carnevale di Palermo nelle pagine di Carlo Collodi, Cefalunews,
29 dicembre.
(10)
Giuseppe
Longo 2016, Enrico Onufrio ed il Carnevale palermitano tra primo e secondo
Ottocento, Cefalunews, 18 agosto.
(11)
Giuseppe Longo 2017, Le maschere carnascialesche di Termini Imerese, antico
retaggio del Carnevale di Palermo, Cefalunews, 23 aprile.
(12)
Giuseppe
Longo 2016, Il Carnevale di Palermo: una storia lunga almeno cinquecento anni,
Cefalunews, 22 giugno.
Bibliografia e sitografia:
Marchese
di Villabianca F. E., Dei giochi popolareschi soliti
festeggiarsi in alcuni tempi dell’anno dalla bassa gente della città di Palermo, Commento storico pubblicato dal Pitrè in
«Nuove Effemeridi Siciliane», serie
terza, vol. I, Palermo, L. Pedone Lauriel, 1875.
Giuseppe
Pitrè,, Usi e
costumi. Credenze e pregiudizi del Popolo Siciliano, L. Pedone - Lauriel. 1889,
Volume primo.
Giuseppe
Longo 2023, Carnevale di Termini Imerese: la fiaba obsoleta
dei Napoliti, con una nostra retrodatazione all’Epigravettiano superiore,
Cefalunews, 25 gennaio.
Giuseppe
Longo 2018, Il binomio Palermo-Termini, tra porte civiche,
manifestazioni carnascialesche e “gustose” leggende metropolitane, Cefalunews ,
22 dicembre.
Giuseppe
Longo 2018, Il quartiere fuori Porta Palermo e l’infondata
“leggenda” dell’origine del Carnevale di Termini Imerese, Cefalunews, 24
agosto.
Giuseppe
Longo 2019, La rivincita della “vera” storia del Carnevale
Termitano, Cefalunews, 19 gennaio.
Giuseppe
Longo 2022, La “preistoria” del Carnevale Termitano e
l’attività dell’Accademia Euracea agli inizi dell’Ottocento, Cefalunews, 29
giugno.
Giuseppe
Longo 2024, Termini Imerese, “U’ ponti da lavata râ lana”
per antonomasia ed i nostalgici Nanni di Carnevale di un tempo, Giornale del
Mediterraneo, 18 luglio.
Giuseppe
Longo 2025, Termini
Imerese: il 27 febbraio spegneremo 149 candeline per il nostro Carnevale,
Giornale del Mediterraneo, 24 gennaio.
Giuseppe
Longo 2025, I Nanni del Carnevale di Termini Imerese, la réclame
pubblicitaria della manifestazione e le “veline”, Giornale del Mediterraneo, 27
gennaio.
Giuseppe
Longo 2025, Carnasciale imerese, i Napolìti e la prosopopea
di un carnevale inventato, MadonieLive, 3 marzo.
Giuseppe
Longo 2025, Il Carnevale “inventato” di Termini Imerese e la
“figura” di “Polecenelle”, MadonieLive, 11 giugno.
Giuseppe
Longo 2025, Carnevale Termitano e le informazione del
Minculpop locale al MIC (Ministero della Cultura), MadonieLive, 23 ottobre.
https://carnevaledipalermo.blogspot.com
Foto di copertina: Bianca di Navarra regina di Sicilia, d'Aragona e di Navarra, da www.treccani.it
Foto a corredo dell'articolo:
Castello e Mastro di Campo, da La Famiglia, la Casa, la Vita del popolo siciliano.
Manifestazione del «Mastro di Campo», per gentile concessione del dott. Biagio Bonanno.
Giuseppe Longo









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