sabato 22 febbraio 2025

Com’era il Carnevale in Sicilia e com’è oggi il Carnevale di Termini Imerese

MadonieLive, 22 febbraio 2025

Nell’antica Roma, soprattutto in quella imperiale i Saturnalia erano delle feste legate alla celebrazione dell’arrivo nel Lazio della divinità pagana a carattere agreste che i latini chiamavano Saturno. Tali commemorazioni furono fissate dall’imperatore Domiziano (Roma, 24 ottobre 51 d. C. - ivi, 18 settembre 96 d. C.), dal 17 al 23 dicembre. Durante i Saturnalia si eleggeva il “re” della festa che organizzava i giochi per il popolo nelle piazze. Indistintamente, tutti toglievano la toga per indossare il synthesis e come copricapo il pileo. Finanche l’imperatore in persona, interveniva alla festa, e per la prima volta si ebbe il lancio di confetti, fiori e frutta. Nei secoli susseguenti, scrive il giornalista Placido Ricca, nel suo “pezzo”, «Com’era il Carnevale in Sicilia», furono molto sentiti (con partecipazione del popolo, senza distinzioni di classe), i celebri carnevali di Roma, Venezia, Torino ed altri. Naturalmente, rientravano in questo contesto anche le nostre manifestazioni regionali carnascialesche: Palermo, Catania, Acireale, ecc. 

In realtà, il testo che qui ripresento ai miei lettori (vedasi in appendice) fu pubblicato sul magazine “Domenica del Giornale di Sicilia”, supplemento domenicale della nota testata palermitana, il 3 marzo del 1946 (n. 9), leggendolo, mi ha incuriosito un particolare: difatti, nel testo non compare affatto la manifestazione di Termini Imerese (e ciò indirettamente dà una dimostrazione tangibile dell’evanescenza della tesi del “carnevale più antico di Sicilia”). In realtà, il rilancio della kermesse termitana avverrà poi a partire dal 1963 (1), mentre in precedenza, la scenografia carnascialesca (soprattutto la comparsa delle maschere dei “nanni” con tanto di calesse) appare evidentemente mutuata dall’antico carnevale di Palermo. Tuttavia, per poco più di un quarto di secolo la manifestazione termitana ha continuato a svolgersi obliando volutamente la sua effettiva origine. Invece, Mezzojuso (2), coerentemente, asserisce di aver preso ispirazione dal carnevale palermitano nella realizzazione del loro “Mastro di Campo”. 

Ciò nonostante, mi rammarica molto che “in nome della tradizione” (tramandata da chi?), si vuol pubblicamente etichettare il Carnevale di Termini Imerese come il “più antico di Sicilia”, persino, presentandolo in bella mostra, come è successo di recente, addirittura all’Assemblea Regionale Siciliana (ARS), erede del Parlamento Siciliano, secondo il solito cliché e secondo il solito archeologismo privo di basi scientifiche. Questo approccio non è deontologicamente appropriato, visto che se ne svantaggia l’intera comunità imerese che meriterebbe sorte migliore. Mi rammarico, altresì, che nella “rete” siano ingenuamente incappati, come “pesciolini”, anche alcuni miei stimati colleghi, professionisti e pubblicisti, addetti alla diffusione dell’informazione. Quindi, ribadisco quanto ho scritto in passato sull’argomento, costatando che la solita solfa del primato della vetustà del carnevale termitano, che purtroppo si trascina già da parecchi decenni, ha avuto il suo recentissimo epilogo dall’alto scranno della capitale siciliana. Infatti, con exploit all’ARS delle nostre maggiori istituzioni, si è voluto ribadire intenzionalmente il presunto assunto dell’antichità carnascialesca termitana, che a forza di ipotesi e retrodatazioni a posteriori, rischia di risalire a tempi biblici, sino alla Genesi con i nostri progenitori Adamo ed Eva. Finirà che diranno che il carnevale termitano fu inventato da Caino! E la “sciarra” con Abele nacque da ciò.

Scherzi a parte, evidentemente, nell’organizzare ciò non si è tenuto conto delle ricerche scientifiche condotte in precedenza, anche dallo scrivente, circa il Carnevale di Termini Imerese, difatti, la presunta indagine etnoantropologica e storiografica esibita all’ARS, a nostro giudizio, fa acqua da tutte le parti (ma non contribuisce a risolvere la crisi idrica siciliana!).

In definitiva, tutto questo sbraitare si riduce ad una sorta di pseudo tink tank (per circa trenta anni mantenuto sulla cresta dell’onda), di aria fritta e soffritta, che ormai sa di olio adulterato. Ci auguriamo solo che questo strombazzamento non sia stato foraggiato e incoraggiato da apposite consorterie, rivolte a gestire il monopolio delle notizie da propinare agli organi istituzionali locali, al fine di veicolare alla popolazione sempre il medesimo ritornello stonato.  

Com’era il Carnevale in Sicilia

«A simboleggiare la rinascita della natura all’inizio del nuovo anno, gli antichi celebravano feste di carattere magico religioso le quali si riconnettono ai “Saturnalia” dei romani da cui sembra derivi il carnevale. L’origine poi dei saturnalia in certo modo si può intravedere nelle feste campestri che si celebravano dopo la vendemmia.

Durante i Saturnali il popolo si dava alla licenza più sfrenata. Anzi queste feste iniziate il 17 dicembre culminavano il 19 dello stesso mese, giorno dedicato alla dea Ops: gli schiavi in quell’occasione indossavano la toga, mangiavano e bevevano a sazietà serviti dai padroni per solennizzare l’uguaglianza sociale regnante sotto Saturno. E’ appunto questa uguaglianza che vuole rappresentare il Carnevale: uguaglianza coartata ma mai infranta, gioia che ha le sue radici nelle recondite latebre del subcosciente umano.

Il carnevale comprende il periodo che va dal giorno dopo l’Epifania a quello delle Ceneri, sebbene in origine comprendesse il giorno che precede le Ceneri. Quindi si stabilì iniziarlo il 17 gennaio. Durante tale periodo tutti sono uguali: nobili e plebei, ricchi e poveri. A Venezia il Doge, la Signoria, il Senato, gli ambasciatori, intervenivano alle feste. A Firenze i Medici favorivano le mascherate, i “trionfi” e i canti carnascialeschi. Sotto lo stesso governo papale a Roma il Carnevale furoreggiava e famose sono rimaste le corse dei Berberi. A Torino la corte partecipava ai giri al corso, cioè, delle carrozze piene di fiori, che si riconnette al nostro cassaro. Anche gli ecclesiastici non disdegnavano di prender parte, da attori, alle feste di carnevale. Anzi la loro licenziosità arrivò a tal punto da essere richiamata aspramente, con relativa comminatoria detentiva, dal sinodo ecclesiastico di Siracusa del 1553. Tutti debbono partecipare al Carnevale come nelle Saturnalia nelle quali l’attività pubblica veniva sospesa al grido di “Io saturnalia” con cui si iniziava la temporanea abolizione delle differenze sociali. In Calabria si fa di più: si mena in giro sopra un asino chi viene  sorpreso al lavoro.

Danza di maschere

In quei giorni vi è un’intesa generale: maschere che danzano, maschere che fan da spettatori e pagano. Per quei giorni

'Cu 'un havi dinari

Si ‘mpigna lu fadali”

L’inizio del Carnevale in Sicilia si intravede col calò, come si chiama a Palermo e altrove: e il calò consiste in un truciolo di carta o in uno straccio, se non addirittura in un topo, come a Modica, che si attacca al vestito delle persone. Senonchè, anticamente, il Carnevale veniva iniziato al suono della brogna da parte dei monelli, come al suono della brogna venivano iniziate le vendemmie in quel di Acireale. Ma non sono questi soltanto i segni dell’inizio delle feste. Rumori, schiamazzi, spari, tricchi-tracchi, botti, nuciddi cu ‘a botta a Barcellona, tricchi-tracchi a setti boti e u fruareddu a Palermo, i suffaredda a Ragusa.

Si odono scioglilingua:

Sutta u lettu da gna' Matia

A dinucchiuni cuttuni cugghia (Acireale)

'siennu u patruni

Cugghiennu cuttuni,

'Siennu cu tia,

Cuttuni cugghia. (Polizzi)

Scherzi:

Unni ti fai u bagnu?

Mari

Vasaci u c… a Carnalivari (Acireale)

 

Vadda cu c'è dda

Cu è ?

Carnalivari (Messina)

Poi si entra nel pieno delle feste: maschere tipiche, domini, arlecchini, pulcinella; maschere rappresentanti il viso comico di qualche  goffo signore del luogo; il Baruni, il Cavallacciu, il Dutturi dall’ampio colletto e relativo cravattone con un nasone rosso-vino sormontato da due cerchioni di latta a mo’ di occhiali. Lu turcu, l’ursu ca balla (Acireale), Don Sirpininu, l’Allampacucci, Masciu ‘Ruppiddu, ‘u zu Rusà (Modica), l’ammucca-baddottuli (Palermo), i Maghi (Gratteri).

Pushtoni, colpi di voci , carri trionfali, cacamelle, coriandoli, stelle filanti, proviggia , caramelle, ceci , frutta candita (Catania), ciminu (Acireale).

Qui si avanzano galli giganteschi, a Papara (Catania e Acireale), il mortu porta lu vinu (Palermo). La si balla la Tubiana, all’Albergaria c’è lu Mastu di campu che vuole conquistare il castello a forza di salire e precipitare da una scala. Ecco il Pitrè come descrive la Tubbiana:

“La Tubbiana o Tubbajana è bensì un suono da ballo carnevalesco, ma è anche preso per l’insieme di una mascherata, dove i più strani e diversi personaggi ballano disordinatamente, saltano, sgambettano, folleggiano. La orchestra è ambulante: un grandissimo tamburo rimasto in Palermo solo pel Carnevale, ma in pieno dominio in quasi tutta l’isola per i bandi municipali, le gridate più celebri di nuovi commestibili o per le feste de’ santi; un piffero (friscalettu) ed un paio o due castagnette  (scattagnetti). Questa orchestra,  è stata pagata o accaparrata dalle singole maschere, seguita da una folla immensa di monelli e di curiosi, tra i quali si distingue il siminzaru, il calamilaru, il venditore di vozzi,, il venditore di zuccaru, va in giro per la tale o tal’altra strada, e sonando chiama a sé la maschera; quando le maschere son tutte raccolte (e se ve n’e qualcuna estranea, fuori convenzione non si tarda a respingerla o ad avvertirla che si allontani o paghi) la mascherata è compiuta e va pe’ luoghi precedentemente stabiliti tra maschere e suonatori, ma per lo più pe’ posti ove abita la famiglia o la promessa sposa del mascherato”.

A Catania si distingue un’orchestra caratteristica a banna di li mascarati in cui ogni maschera è dotata di uno strano strumento. Una maschera si avvicina. Porge una borsa di velluto o una bomboniera e vi offre dei confetti. Accettate e la maschera vi conduce dal più vicino dolciere dove pagherete qualche pasta o liquore. In quella piazza ci sono i ‘ntinna, gli alberi di cuccagna e si lanciano giganteschi palloni di carta velina ed aria calda raffiguranti Carnevale in tutte le pose, specie bacchiche (Acireale). Si balla dappertutto, si recita ovunque. A Catania si dà lu matrimoniu rabbiusu di Annirìa Pappalardu o u saltimbancu o D. Sucaturi dello stesso autore. L’omu vulanti (il prologo) conclude con la morale:

La mascarata vinni a tirminari

L'aviti 'ntisu tutti li tinuri

Ca ‘nvecchiu non si divi maritari

Pri la so facci è granni russuri.

A lu pueta l'aviti a scusari

Annirìa Pappalardu è l'invinturi,

Ca fa sti cosi pri Carnalivari,

E licenza pigghiamu a si Signuri

Con Donna Natala a Mascalucia si mettono in Berlina i signori che si fanno spogliare dai loro dipendenti.

Barchette di cartone

A Palermo con la Varca, a Catania con i Piscaturi e i Brianti, si rappresentano maschere mute. “La  barca”, dice il Pitrè, “era proprio una barchetta di cartone, sfondata per dare agio alle maschere di camminare coi loro piedi e condurla innanzi. E facean le viste ora di vogare per andare avanti ora di sciare per dar di volta o girare, e fermarsi qua e là, e far qualche manovra. Frequentissime le fermate innanzi le botteghe dei rivenditori. Un pescatore allora mettea mano ad una fiocina (friscina), e agganciava da un panettiere una pagnotta, da un verdumaio un mazzo di finocchi, da un fruttivendolo una rotella di fichi secchi, da un macellaio un tocco di carne e via di questo andare. A Catania invece, u Piscaturi con una canna da pescare (cimedda), dalla cui cima pende una ciambelletta dolce (taralla, taralluccia, cudduredda), burla chi presume mangiarla quando egli gliela cala sul muso e sulla bocca, tirandola in alto subito che è per addentarla, e sbuffandogli sul viso una boccata di castagne masticate quando vi ha attaccato i denti”

Caratteristici erano i Brianti, maschere di due gruppi, uno dei quali fungeva da passeggeri che venivano assaliti, bastonati e derubati.

Ed ecco il cassaru, (Acireale, Catania) e li carruzzati a Palermo.

Le ultime domeniche e il giovedì grasso, a Palermo nella via Vittorio Emanuele, già via Toledo, nella via Stesicoro Etnea a Catania e al Corso Umberto ad Acireale, carrozze, carri trionfali di svariatissime forme, con bande, con orchestre mai viste, tutti mascherati, tutti impazziti, si tirano dolci, fiori: è una gara di lusso di prodigalità. Quello è il carro della tale famiglia, quello della tale associazione. La sera il veglione danzante al grande teatro della città. Ricchi premi per le migliori maschere, per la più tipica, per la più caratteristica.

Mentre si avvicina la fine delle feste, più si impazza. Siamo agli sdirri. A Catania è lu Iovi di li sdirri, cioè il berlingaccio o l’ultimo giovedì di Carnevale a cui segue la sdirruminica, u sdirriluni, u sdirrimarti e perfino la sdirrusira in quel di Modica. Questi sono i giorni più fastosi. Tutti debbono essere di buon’umore. Chi ha di più, oltre i parenti, ha qualche povero fra i convitati. Siamo ai tri ghiorna di lu picuraru, cioè agli ultimi tre giorni di Carnevale. Si mangiano li maccarruna di zitu a stufatu, a sosizza. Non manca u sangunazzu o sancelli e il finocchio. Per essere più spediti nel mangiare e per evitare ogni soggezione non si usano piatti ma si mangia addirittura ‘ndà maidda (Catania, Acireale), dopo i ravioli, i maccarruna cu ‘u sucu oppure i maccarruna ‘nciliati, conditi, cioè, con la ricotta (Ragusa). Durante il banchetto non mancano i brindisi tra genitori, tra figli, tra compari, tra fidanzati. Infine il classico cannòlu:

Beddi Cannola di Carnalivari.

Megghiu vuccuni a lu munno un ci nn'è

Su biniditti spisi li dinari

Ogni cannolu è lo scettru di ogni Ré;

Arrivanu li donni a disirtari:

Lu cannolu è la virga di Moisè;

Cu non mancia, si fazza ammazzari.

Cu li disprezza è un gran curnuto affé

Così cantava il sacerdote D. Stefano Beneficiale Melchiorre nel 1685.

Dopo i brindisi e i cannoli subentrano i giuochi. Si giuoca al mortu, al mataccinu ecc. ,oppure si balla la tarantella, il chiovu.

Eccoci alla fine del Carnevale u Nannu, se ne va. E’ un fantaccione rassegnato che sa di dover morire. Ha dietro il dottore. Il notaro redige il testamento:

Lassu li cannarozza a li parrini

Chisti p’accumpagnarimi cci dugnu.

Poi la cremazione sua, della moglie e dei figli seguiti da fuochi d’artificio. Il baccanale è al colmo. E’ mezzanotte. Le maschere cadono. I confratelli di s. Michele sulle alture di Modica cantano:

Oggi sugnu 'n fiura.

Rumani 'n sipurtura;

Oggi rripuosu a liettu,

Rumani 'n catalettu!

Carnevale, carmen levare, liberazione, rinascita dei popoli, che son sempre quelli,  i primi, gli uguali. La vita è un cerchio di lotte di ansie. Ed ecco, una volta tanto, il cerchio si spezza, gli egoismi cessano, si ritorna all’infanzia, alla gioia pazza, incosciente, licenziosa».

Note:

(1) Giuseppe Longo 2023, Il Carnevale di Termini Imerese nei meravigliosi anni ’60: la transizione e la prima rinascita, Cefalunews, 11 febbraio.

(2) Giuseppe Longo 2024, Riflessioni sulla festa carnascialesca di Termini Imerese l’erede indiscussa dell’antico Carnevale di Palermo, Cefalunews, 27 agosto.

Utilizzo:

(1) Giuseppe Longo 2023, Il Carnevale di Termini Imerese nei meravigliosi anni ’60: la transizione e la prima rinascita, Cefalunews, 11 febbraio.

(2) Giuseppe Longo 2024, Riflessioni sulla festa carnascialesca di Termini Imerese l’erede indiscussa dell’antico Carnevale di Palermo, Cefalunews, 27 agosto.

Bibliografia e sitografia:

Giuseppe Longo 2016, I “Nanni” dei carnevali di Palermo e Termini Imerese, Cefalunews, 5 febbraio.

Giuseppe Longo 2023, Carnevale di Termini Imerese: la fiaba obsoleta dei Napoliti, con una nostra retrodatazione all’Epigravettiano superiore, Cefalunews, 25 gennaio.

Giuseppe Longo 2023, I “Nanni” del Carnevale di Termini Imerese e di Trapani negli anni Cinquanta, Cefalunews, 1 febbraio.

Giuseppe Longo 2024, Termini Imerese, “U’ ponti da lavata râ lana” per antonomasia ed i nostalgici Nanni di Carnevale di un tempo, Giornale del Mediterraneo, 18 luglio.

Giuseppe Longo 2025, I Nanni del Carnevale di Termini Imerese, la réclame pubblicitaria della manifestazione e le “veline”, Giornale del Mediterraneo, 27 gennaio 2025.

https://carnevaledipalermo.blogspot.com/

Foto di copertina: Carnevale di Termini Imerese (c. ‘50-‘60), Sorriso Durbans, (collezione privata). Da notare l’allestimento su autocarro.

https://madonielive.com/

Giuseppe Longo

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