lunedì 3 marzo 2025

Carnasciale imerese, i Napolìti e la prosopopea di un carnevale inventato

MadonieLive , 3 marzo 2025

Circa il presunto legame tra il Carnevale di Termini e la famiglia Giuffrè Napolìti, residente a Termini Imerese nel XIX sec., avevo già esaminato e trattato questo argomento per la prima volta in un articolo, precisamente nell'agosto del 2018 (1) . Tuttavia, per esaudire il desiderio da parte dei miei lettori, di un ulteriore approfondimento, ho deciso di trattare il soggetto, anche nel tentativo di essere più conciso e diretto, rispetto alla volta scorsa. 

In realtà, non faccio altro che soddisfare i tanti utenti online, che seguono con passione le “romanzesche” vicende della “novela” del Carnevale di Termini Imerese. Infatti, i protagonisti indiscussi di questa curiosa vicenda sono un singolo gruppo, il quale si è incaponito con una logica di marketing, etichettando la manifestazione con il tormentone arcaicizzante del “Carnevale più antico di Sicilia”. 

L'argomento, riguarda la mitica “storia”, o meglio, la “leggenda metropolitana” legata ad una famiglia con il cognome Giuffrè, sbandierata senza alcun supporto documentario come di origine partenopea, in base al soprannome Napolìti (con la tipica accentazione finale del dialetto termitano diviene Napolitì). Questa famiglia, con il suo caratteristico soprannome (testimoniato nella toponomastica termitana con il vicolo Napolìti, ubicato nel quartiere fuori Porta Palermo [vedi foto], in un'area di espansione tardo ottocentesca sita fuori le mura civiche cinquecentesche). Su tale attestazione toponomastica è basata una presunta tradizione orale, e sottolineiamo presunta, perché nessuno ha mai fornito indicazioni etnoantropologiche probanti a tal riguardo (ad es. trascrizioni di apposite interviste a persone anziane, debitamente documentate). Invece, si rimane sempre sul vago, aggrappandosi alla “tradizione”, in modo da creare un fittizio contesto storico ad hoc , collocandolo durante il dominio borbonico, quando fuori porta Palermo si stendevano solo campagne e non c'era ancora nemmeno una casupola, altro che un intero quartiere. Tutto ciò appare documentato dalle varie cartografie coeve al dominio borbonico, che si conservano presso il museo civico “Baldassare Romano” e la Biblioteca Liciniana.

Tornando alla “mitica” saga dei Giuffré alias Napolìti, questa famiglia contadina, assieme ad altri ignoti e presunti immigrati napoletani, sarebbe stata nientedimeno la primigenia fonte della manifestazione carnascialesca termitana. Costoro, avrebbero mutuato il nostro carnevale dalle loro antiche tradizioni carnascialesche partenopee. Questa famiglia è stata altresì collegata ai moti del 1848, tirando in ballo un'aleatoria concomitante immigrazione dei Giuffré alias Napolìti, ed altri conterranei, dalla città di Pulcinella. Questo senza peraltro fornire alcun riscontro documentario a supporto.

La logica sarebbe stata quella di effettuare una ricerca genealogica sulla famiglia dei Giuffré alias Napolìti presso l'archivio dell'anagrafe del comune di Termini Imerese, per verificare la fondatezza della presunta “tradizione” orale e validare (o invalidare) l'origine partenopea del nucleo familiare. Ovviamente, niente di tutto questo, meglio evitare tale tipo di indagini, essendo spesso stancanti. Oltretutto, alla fine c'è il fondato rischio di far crollare il comodo castello di carta che si è costruito su questa vicenda. E' molto più semplice (e comodo), basarsi sulla “tradizione”, che può essere tranquillamente adottata, amplificata e sbandierata come etnofonte, mantenendola in auge per oltre trent'anni sino ai nostri giorni. Questo approccio così disinvolto (usando un eufemismo), ha permesso in questo trentennio di dare alla kermesse un rilievo epocale; addirittura facendola risalire al Quarantotto, tirando in ballo anche il Generale Giuseppe La Masa, trabiese per nascita e per parte di madre, termitano in linea paterna. Sarebbe meglio lasciare riposare in pace il nostro generale, ben noto per la sua vivace esuberanza, che se fosse presente, a mio modesto avviso, seduta stante, oltre ad una scarica di calci, sarebbe tentato di infilzare il fondoschiena di coloro che lo tirano in ballo a sproposito.

Cari lettori, si è pure arrivati ​​ad attribuire un'ascendenza partenopea alla maschera riprodotta nel logo della primigenia “Società del Carnevale”. Non solo, ciò sarebbe stato opera di una delle presunte famiglie napoletane immigrate a Termini dopo il Quarantotto.   Invece, per buona pace della “premiata ditta” Napolìti e Company, nulla di tutto ciò, infatti, è certissimo che il logo predetto fu ideato e disegnato (2) nella sua interezza dal paletnologo, etnologo e storico termitano, Giuseppe Patiri (1846 - 1917).

Pertanto, auguriamo a coloro che sbandierano ipotesi, senza alcun riscontro probante, di dedicarsi ad una bella e salutare partita a briscola o scopone scientifico. 

Nota:

(1) Giuseppe Longo 2018, Il quartiere fuori Porta Palermo e l'infondata “leggenda” dell'origine del Carnevale di Termini Imerese, Cefalunews, 24 agosto.

(2) Giuseppe Longo 2020, Giuseppe Patiri non finisce mai di sorprenderci: ritrovato lo schizzo originario del logo della primigenia “Società del Carnevale” a Termini Imerese, Cefalunews, 9 agosto.

Bibliografia e sitografia:

Giuseppe Longo 2018, Il binomio Palermo-Termini, tra porte civiche, manifestazioni carnascialesche e “gustose” leggende metropolitane, Cefalunews, 22 dicembre.

Giuseppe Longo 2022, Quando finirà la telenovela dei Napoliti presunti padri fondatori del Carnevale Termitano ?, Cefalunews, 24 febbraio.

Giuseppe Longo 2023, Carnevale di Termini Imerese: la fiaba obsoleta dei Napoliti, con una nostra retrodatazione all'Epigravettiano superiore, Cefalunews, 25 gennaio.

Giuseppe Longo 2025, Com'era il Carnevale in Sicilia e com'è oggi il Carnevale di Termini Imerese, MadonieLive, 22 febbraio.

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Giuseppe Longo

https://madonielive.com/

sabato 22 febbraio 2025

Com’era il Carnevale in Sicilia e com’è oggi il Carnevale di Termini Imerese

MadonieLive, 22 febbraio 2025

Nell’antica Roma, soprattutto in quella imperiale i Saturnalia erano delle feste legate alla celebrazione dell’arrivo nel Lazio della divinità pagana a carattere agreste che i latini chiamavano Saturno. Tali commemorazioni furono fissate dall’imperatore Domiziano (Roma, 24 ottobre 51 d. C. - ivi, 18 settembre 96 d. C.), dal 17 al 23 dicembre. Durante i Saturnalia si eleggeva il “re” della festa che organizzava i giochi per il popolo nelle piazze. Indistintamente, tutti toglievano la toga per indossare il synthesis e come copricapo il pileo. Finanche l’imperatore in persona, interveniva alla festa, e per la prima volta si ebbe il lancio di confetti, fiori e frutta. Nei secoli susseguenti, scrive il giornalista Placido Ricca, nel suo “pezzo”, «Com’era il Carnevale in Sicilia», furono molto sentiti (con partecipazione del popolo, senza distinzioni di classe), i celebri carnevali di Roma, Venezia, Torino ed altri. Naturalmente, rientravano in questo contesto anche le nostre manifestazioni regionali carnascialesche: Palermo, Catania, Acireale, ecc. 

In realtà, il testo che qui ripresento ai miei lettori (vedasi in appendice) fu pubblicato sul magazine “Domenica del Giornale di Sicilia”, supplemento domenicale della nota testata palermitana, il 3 marzo del 1946 (n. 9), leggendolo, mi ha incuriosito un particolare: difatti, nel testo non compare affatto la manifestazione di Termini Imerese (e ciò indirettamente dà una dimostrazione tangibile dell’evanescenza della tesi del “carnevale più antico di Sicilia”). In realtà, il rilancio della kermesse termitana avverrà poi a partire dal 1963 (1), mentre in precedenza, la scenografia carnascialesca (soprattutto la comparsa delle maschere dei “nanni” con tanto di calesse) appare evidentemente mutuata dall’antico carnevale di Palermo. Tuttavia, per poco più di un quarto di secolo la manifestazione termitana ha continuato a svolgersi obliando volutamente la sua effettiva origine. Invece, Mezzojuso (2), coerentemente, asserisce di aver preso ispirazione dal carnevale palermitano nella realizzazione del loro “Mastro di Campo”. 

Ciò nonostante, mi rammarica molto che “in nome della tradizione” (tramandata da chi?), si vuol pubblicamente etichettare il Carnevale di Termini Imerese come il “più antico di Sicilia”, persino, presentandolo in bella mostra, come è successo di recente, addirittura all’Assemblea Regionale Siciliana (ARS), erede del Parlamento Siciliano, secondo il solito cliché e secondo il solito archeologismo privo di basi scientifiche. Questo approccio non è deontologicamente appropriato, visto che se ne svantaggia l’intera comunità imerese che meriterebbe sorte migliore. Mi rammarico, altresì, che nella “rete” siano ingenuamente incappati, come “pesciolini”, anche alcuni miei stimati colleghi, professionisti e pubblicisti, addetti alla diffusione dell’informazione. Quindi, ribadisco quanto ho scritto in passato sull’argomento, costatando che la solita solfa del primato della vetustà del carnevale termitano, che purtroppo si trascina già da parecchi decenni, ha avuto il suo recentissimo epilogo dall’alto scranno della capitale siciliana. Infatti, con exploit all’ARS delle nostre maggiori istituzioni, si è voluto ribadire intenzionalmente il presunto assunto dell’antichità carnascialesca termitana, che a forza di ipotesi e retrodatazioni a posteriori, rischia di risalire a tempi biblici, sino alla Genesi con i nostri progenitori Adamo ed Eva. Finirà che diranno che il carnevale termitano fu inventato da Caino! E la “sciarra” con Abele nacque da ciò.

Scherzi a parte, evidentemente, nell’organizzare ciò non si è tenuto conto delle ricerche scientifiche condotte in precedenza, anche dallo scrivente, circa il Carnevale di Termini Imerese, difatti, la presunta indagine etnoantropologica e storiografica esibita all’ARS, a nostro giudizio, fa acqua da tutte le parti (ma non contribuisce a risolvere la crisi idrica siciliana!).

In definitiva, tutto questo sbraitare si riduce ad una sorta di pseudo tink tank (per circa trenta anni mantenuto sulla cresta dell’onda), di aria fritta e soffritta, che ormai sa di olio adulterato. Ci auguriamo solo che questo strombazzamento non sia stato foraggiato e incoraggiato da apposite consorterie, rivolte a gestire il monopolio delle notizie da propinare agli organi istituzionali locali, al fine di veicolare alla popolazione sempre il medesimo ritornello stonato.  

Com’era il Carnevale in Sicilia

«A simboleggiare la rinascita della natura all’inizio del nuovo anno, gli antichi celebravano feste di carattere magico religioso le quali si riconnettono ai “Saturnalia” dei romani da cui sembra derivi il carnevale. L’origine poi dei saturnalia in certo modo si può intravedere nelle feste campestri che si celebravano dopo la vendemmia.

Durante i Saturnali il popolo si dava alla licenza più sfrenata. Anzi queste feste iniziate il 17 dicembre culminavano il 19 dello stesso mese, giorno dedicato alla dea Ops: gli schiavi in quell’occasione indossavano la toga, mangiavano e bevevano a sazietà serviti dai padroni per solennizzare l’uguaglianza sociale regnante sotto Saturno. E’ appunto questa uguaglianza che vuole rappresentare il Carnevale: uguaglianza coartata ma mai infranta, gioia che ha le sue radici nelle recondite latebre del subcosciente umano.

Il carnevale comprende il periodo che va dal giorno dopo l’Epifania a quello delle Ceneri, sebbene in origine comprendesse il giorno che precede le Ceneri. Quindi si stabilì iniziarlo il 17 gennaio. Durante tale periodo tutti sono uguali: nobili e plebei, ricchi e poveri. A Venezia il Doge, la Signoria, il Senato, gli ambasciatori, intervenivano alle feste. A Firenze i Medici favorivano le mascherate, i “trionfi” e i canti carnascialeschi. Sotto lo stesso governo papale a Roma il Carnevale furoreggiava e famose sono rimaste le corse dei Berberi. A Torino la corte partecipava ai giri al corso, cioè, delle carrozze piene di fiori, che si riconnette al nostro cassaro. Anche gli ecclesiastici non disdegnavano di prender parte, da attori, alle feste di carnevale. Anzi la loro licenziosità arrivò a tal punto da essere richiamata aspramente, con relativa comminatoria detentiva, dal sinodo ecclesiastico di Siracusa del 1553. Tutti debbono partecipare al Carnevale come nelle Saturnalia nelle quali l’attività pubblica veniva sospesa al grido di “Io saturnalia” con cui si iniziava la temporanea abolizione delle differenze sociali. In Calabria si fa di più: si mena in giro sopra un asino chi viene  sorpreso al lavoro.

Danza di maschere

In quei giorni vi è un’intesa generale: maschere che danzano, maschere che fan da spettatori e pagano. Per quei giorni

'Cu 'un havi dinari

Si ‘mpigna lu fadali”

L’inizio del Carnevale in Sicilia si intravede col calò, come si chiama a Palermo e altrove: e il calò consiste in un truciolo di carta o in uno straccio, se non addirittura in un topo, come a Modica, che si attacca al vestito delle persone. Senonchè, anticamente, il Carnevale veniva iniziato al suono della brogna da parte dei monelli, come al suono della brogna venivano iniziate le vendemmie in quel di Acireale. Ma non sono questi soltanto i segni dell’inizio delle feste. Rumori, schiamazzi, spari, tricchi-tracchi, botti, nuciddi cu ‘a botta a Barcellona, tricchi-tracchi a setti boti e u fruareddu a Palermo, i suffaredda a Ragusa.

Si odono scioglilingua:

Sutta u lettu da gna' Matia

A dinucchiuni cuttuni cugghia (Acireale)

'siennu u patruni

Cugghiennu cuttuni,

'Siennu cu tia,

Cuttuni cugghia. (Polizzi)

Scherzi:

Unni ti fai u bagnu?

Mari

Vasaci u c… a Carnalivari (Acireale)

 

Vadda cu c'è dda

Cu è ?

Carnalivari (Messina)

Poi si entra nel pieno delle feste: maschere tipiche, domini, arlecchini, pulcinella; maschere rappresentanti il viso comico di qualche  goffo signore del luogo; il Baruni, il Cavallacciu, il Dutturi dall’ampio colletto e relativo cravattone con un nasone rosso-vino sormontato da due cerchioni di latta a mo’ di occhiali. Lu turcu, l’ursu ca balla (Acireale), Don Sirpininu, l’Allampacucci, Masciu ‘Ruppiddu, ‘u zu Rusà (Modica), l’ammucca-baddottuli (Palermo), i Maghi (Gratteri).

Pushtoni, colpi di voci , carri trionfali, cacamelle, coriandoli, stelle filanti, proviggia , caramelle, ceci , frutta candita (Catania), ciminu (Acireale).

Qui si avanzano galli giganteschi, a Papara (Catania e Acireale), il mortu porta lu vinu (Palermo). La si balla la Tubiana, all’Albergaria c’è lu Mastu di campu che vuole conquistare il castello a forza di salire e precipitare da una scala. Ecco il Pitrè come descrive la Tubbiana:

“La Tubbiana o Tubbajana è bensì un suono da ballo carnevalesco, ma è anche preso per l’insieme di una mascherata, dove i più strani e diversi personaggi ballano disordinatamente, saltano, sgambettano, folleggiano. La orchestra è ambulante: un grandissimo tamburo rimasto in Palermo solo pel Carnevale, ma in pieno dominio in quasi tutta l’isola per i bandi municipali, le gridate più celebri di nuovi commestibili o per le feste de’ santi; un piffero (friscalettu) ed un paio o due castagnette  (scattagnetti). Questa orchestra,  è stata pagata o accaparrata dalle singole maschere, seguita da una folla immensa di monelli e di curiosi, tra i quali si distingue il siminzaru, il calamilaru, il venditore di vozzi,, il venditore di zuccaru, va in giro per la tale o tal’altra strada, e sonando chiama a sé la maschera; quando le maschere son tutte raccolte (e se ve n’e qualcuna estranea, fuori convenzione non si tarda a respingerla o ad avvertirla che si allontani o paghi) la mascherata è compiuta e va pe’ luoghi precedentemente stabiliti tra maschere e suonatori, ma per lo più pe’ posti ove abita la famiglia o la promessa sposa del mascherato”.

A Catania si distingue un’orchestra caratteristica a banna di li mascarati in cui ogni maschera è dotata di uno strano strumento. Una maschera si avvicina. Porge una borsa di velluto o una bomboniera e vi offre dei confetti. Accettate e la maschera vi conduce dal più vicino dolciere dove pagherete qualche pasta o liquore. In quella piazza ci sono i ‘ntinna, gli alberi di cuccagna e si lanciano giganteschi palloni di carta velina ed aria calda raffiguranti Carnevale in tutte le pose, specie bacchiche (Acireale). Si balla dappertutto, si recita ovunque. A Catania si dà lu matrimoniu rabbiusu di Annirìa Pappalardu o u saltimbancu o D. Sucaturi dello stesso autore. L’omu vulanti (il prologo) conclude con la morale:

La mascarata vinni a tirminari

L'aviti 'ntisu tutti li tinuri

Ca ‘nvecchiu non si divi maritari

Pri la so facci è granni russuri.

A lu pueta l'aviti a scusari

Annirìa Pappalardu è l'invinturi,

Ca fa sti cosi pri Carnalivari,

E licenza pigghiamu a si Signuri

Con Donna Natala a Mascalucia si mettono in Berlina i signori che si fanno spogliare dai loro dipendenti.

Barchette di cartone

A Palermo con la Varca, a Catania con i Piscaturi e i Brianti, si rappresentano maschere mute. “La  barca”, dice il Pitrè, “era proprio una barchetta di cartone, sfondata per dare agio alle maschere di camminare coi loro piedi e condurla innanzi. E facean le viste ora di vogare per andare avanti ora di sciare per dar di volta o girare, e fermarsi qua e là, e far qualche manovra. Frequentissime le fermate innanzi le botteghe dei rivenditori. Un pescatore allora mettea mano ad una fiocina (friscina), e agganciava da un panettiere una pagnotta, da un verdumaio un mazzo di finocchi, da un fruttivendolo una rotella di fichi secchi, da un macellaio un tocco di carne e via di questo andare. A Catania invece, u Piscaturi con una canna da pescare (cimedda), dalla cui cima pende una ciambelletta dolce (taralla, taralluccia, cudduredda), burla chi presume mangiarla quando egli gliela cala sul muso e sulla bocca, tirandola in alto subito che è per addentarla, e sbuffandogli sul viso una boccata di castagne masticate quando vi ha attaccato i denti”

Caratteristici erano i Brianti, maschere di due gruppi, uno dei quali fungeva da passeggeri che venivano assaliti, bastonati e derubati.

Ed ecco il cassaru, (Acireale, Catania) e li carruzzati a Palermo.

Le ultime domeniche e il giovedì grasso, a Palermo nella via Vittorio Emanuele, già via Toledo, nella via Stesicoro Etnea a Catania e al Corso Umberto ad Acireale, carrozze, carri trionfali di svariatissime forme, con bande, con orchestre mai viste, tutti mascherati, tutti impazziti, si tirano dolci, fiori: è una gara di lusso di prodigalità. Quello è il carro della tale famiglia, quello della tale associazione. La sera il veglione danzante al grande teatro della città. Ricchi premi per le migliori maschere, per la più tipica, per la più caratteristica.

Mentre si avvicina la fine delle feste, più si impazza. Siamo agli sdirri. A Catania è lu Iovi di li sdirri, cioè il berlingaccio o l’ultimo giovedì di Carnevale a cui segue la sdirruminica, u sdirriluni, u sdirrimarti e perfino la sdirrusira in quel di Modica. Questi sono i giorni più fastosi. Tutti debbono essere di buon’umore. Chi ha di più, oltre i parenti, ha qualche povero fra i convitati. Siamo ai tri ghiorna di lu picuraru, cioè agli ultimi tre giorni di Carnevale. Si mangiano li maccarruna di zitu a stufatu, a sosizza. Non manca u sangunazzu o sancelli e il finocchio. Per essere più spediti nel mangiare e per evitare ogni soggezione non si usano piatti ma si mangia addirittura ‘ndà maidda (Catania, Acireale), dopo i ravioli, i maccarruna cu ‘u sucu oppure i maccarruna ‘nciliati, conditi, cioè, con la ricotta (Ragusa). Durante il banchetto non mancano i brindisi tra genitori, tra figli, tra compari, tra fidanzati. Infine il classico cannòlu:

Beddi Cannola di Carnalivari.

Megghiu vuccuni a lu munno un ci nn'è

Su biniditti spisi li dinari

Ogni cannolu è lo scettru di ogni Ré;

Arrivanu li donni a disirtari:

Lu cannolu è la virga di Moisè;

Cu non mancia, si fazza ammazzari.

Cu li disprezza è un gran curnuto affé

Così cantava il sacerdote D. Stefano Beneficiale Melchiorre nel 1685.

Dopo i brindisi e i cannoli subentrano i giuochi. Si giuoca al mortu, al mataccinu ecc. ,oppure si balla la tarantella, il chiovu.

Eccoci alla fine del Carnevale u Nannu, se ne va. E’ un fantaccione rassegnato che sa di dover morire. Ha dietro il dottore. Il notaro redige il testamento:

Lassu li cannarozza a li parrini

Chisti p’accumpagnarimi cci dugnu.

Poi la cremazione sua, della moglie e dei figli seguiti da fuochi d’artificio. Il baccanale è al colmo. E’ mezzanotte. Le maschere cadono. I confratelli di s. Michele sulle alture di Modica cantano:

Oggi sugnu 'n fiura.

Rumani 'n sipurtura;

Oggi rripuosu a liettu,

Rumani 'n catalettu!

Carnevale, carmen levare, liberazione, rinascita dei popoli, che son sempre quelli,  i primi, gli uguali. La vita è un cerchio di lotte di ansie. Ed ecco, una volta tanto, il cerchio si spezza, gli egoismi cessano, si ritorna all’infanzia, alla gioia pazza, incosciente, licenziosa».

Note:

(1) Giuseppe Longo 2023, Il Carnevale di Termini Imerese nei meravigliosi anni ’60: la transizione e la prima rinascita, Cefalunews, 11 febbraio.

(2) Giuseppe Longo 2024, Riflessioni sulla festa carnascialesca di Termini Imerese l’erede indiscussa dell’antico Carnevale di Palermo, Cefalunews, 27 agosto.

Utilizzo:

(1) Giuseppe Longo 2023, Il Carnevale di Termini Imerese nei meravigliosi anni ’60: la transizione e la prima rinascita, Cefalunews, 11 febbraio.

(2) Giuseppe Longo 2024, Riflessioni sulla festa carnascialesca di Termini Imerese l’erede indiscussa dell’antico Carnevale di Palermo, Cefalunews, 27 agosto.

Bibliografia e sitografia:

Giuseppe Longo 2016, I “Nanni” dei carnevali di Palermo e Termini Imerese, Cefalunews, 5 febbraio.

Giuseppe Longo 2023, Carnevale di Termini Imerese: la fiaba obsoleta dei Napoliti, con una nostra retrodatazione all’Epigravettiano superiore, Cefalunews, 25 gennaio.

Giuseppe Longo 2023, I “Nanni” del Carnevale di Termini Imerese e di Trapani negli anni Cinquanta, Cefalunews, 1 febbraio.

Giuseppe Longo 2024, Termini Imerese, “U’ ponti da lavata râ lana” per antonomasia ed i nostalgici Nanni di Carnevale di un tempo, Giornale del Mediterraneo, 18 luglio.

Giuseppe Longo 2025, I Nanni del Carnevale di Termini Imerese, la réclame pubblicitaria della manifestazione e le “veline”, Giornale del Mediterraneo, 27 gennaio 2025.

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Foto di copertina: Carnevale di Termini Imerese (c. ‘50-‘60), Sorriso Durbans, (collezione privata). Da notare l’allestimento su autocarro.

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Giuseppe Longo

domenica 16 febbraio 2025

Per non dimenticare un termitano illustre: Giuseppe Patiri-De Luca (1846-1917)

MadonieLive, 16 febbraio 2017

Quest’anno ricorre il 100° anniversario della morte di Giuseppe Patiri (1846-1917) paletnologo, etnologo e studioso di storia locale, nacque a Termini Imerese, figlio di Don Rocco Patiri e Donna Mattea De Luca, appartenne a un’agiata famiglia del locale patriziato urbano. Insieme al sac. Carmelo Palumbo e con il prof. Saverio Ciofalo avviò le prime indagini sulla preistoria del territorio imerese. Eseguì scavi e ricognizioni in diverse grotte del termitano e del suo circondario, ricevendo consensi da parte del prof. Georg August Schweinfurth, celebre paletnologo tedesco. 

Nel campo dell’etnoantropologia termitana il Patiri ebbe corrispondenze epistolari con i demologi Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino. Collaborò con diversi giornali, fu socio della Società Siciliana per la Storia Patria e vasta fu la sua produzione scientifica. 

Il nome di Giuseppe Patiri è legato anche alla manifestazione del Carnevale di Termini Imerese, uno dei più antichi carnevali d’Italia, tramite quattro ricevute di pagamento di lire “una” rilasciategli rispettivamente nei mesi di gennaio, febbraio, marzo, aprile e maggio dell’anno 1876, dall’originaria “Società del Carnovale” di Termini Imerese.

Foto di copertina: 

Uno dei certificati di pagamento intestato a Giuseppe Patiri, rilasciato dalla originaria Società del Carnovale di Termini Imerese.

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lunedì 27 gennaio 2025

I Nanni del Carnevale di Termini Imerese, la réclame pubblicitaria della manifestazione e le “veline”

Giornale del Mediterraneo, 27 gennaio 2025

I simboli iconici del Carnevale di Termini Imerese sono le due maschere che simboleggiano i due “vecchi”: il Nannu e la Nanna (N.d.r. il nonno e la nonna), e rappresentano rispettivamente: la personificazione dello stesso Carnevale, il quale subisce alla mezzanotte dell’ultimo martedì grasso il rituale rogo, e l’alter ego femminile del Nannu. (1).

Le maschere termitane, antico retaggio del Carnevale di Palermo (2), indossano ancor oggi un abbigliamento codificato nelle vesti nel XIX secolo, quale attardamento stilistico di schemi tardo settecenteschi (3). Tuttavia, pur contribuendo a far luce già da parecchio tempo, circa le origini di questa nostra principale manifestazione folcloristica, mi sono casualmente imbattuto su uno dei numerosi “Giornalini fai da te” promozionali sul carnevale termitano e per curiosità, sfogliandolo, mi sono soffermato su un scritto (redatto dalla Cooperativa “Recupero e Tutela” di Termini Imerese) che all’epoca diede anch’essa il suo apporto per il format del “Carnevale di Termini Imerese ’90”, svoltosi nella cittadina dal 22 al 27 febbraio. Devo sinceramente ammettere che il testo preso in esame, mantiene quella propria forma adamantina: vera, schietta, genuina e legittima (che oramai da tanto tempo manca in questo supporto cartaceo di propaganda commerciale), relativa all’origine del carnevale imerese. Peculiare è il suo contenuto, dove emerge l’assenza di definizioni e tormentoni pubblicitari che sono stati, e saranno poi al divenire, una costante solfa nella promozione della nostra kermesse. Ritornando a questo testo, giustamente anacronistico, giacché è comprensibile che trentacinque anni fa coloro (estensore/i) che effettuarono le ricerche in nuce, non potevano mai immaginare ciò che emerse sulla vita dello storico e poligrafo Giuseppe Patiri, e i risvolti che si originarono sulla base delle elaborate ricerche e sulle nuove scoperte documentarie (4). Le nuove indagini effettuate dallo scrivente a partire dal 2010 hanno provocato, è il caso di dirlo, un vero e proprio “terremoto” tra coloro che per decenni hanno sbandierato, e continuano pervicacemente a sbandierare, lo slogan del più “Antico  Carnevale di Sicilia”, alimentando una sterile gara tra le cittadine siciliane relativa a tale presunto primato.

Altra caratteristica peculiare dei passati depliants, furono (e lo sono anche di recente), le dichiarazioni che fanno capo a generazioni di amministratori locali i quali ignari, presero per oro colato, le “veline” che gli furono propinate dagli “pseudo storici del carnevale”, così facendo, si resero inconsapevolmente responsabili di aver partecipato anche loro, a divulgare un “carnevale nuovo e inventato”, ammantandolo di un’aura di presunta “scientificità”, mentre vengono disattesi i minimi standards di ricerca. Infatti, l’intentodei propugnatori di questo archeologismo del “Carnevale più antico”, fu quello di istituzionalizzare i loro racconti favolistici […] frutto di teorie o metodologie che pretendono di essere storiche ma che non rientrano nelle regole e nelle convenzioni del metodo storico […] e in tal modo da farli passare per “veri” (5) (6).   

Propongo quindi ai lettori il testo stilato della sopraccitata Cooperativa. Prima di ciò, mi preme sottolineare che nel passato era invalsa la consuetudine di introdurre nella manifestazione l’arrivo dei Nanni a Termini attraverso un finto “viaggio”. Questa graziosa usanza, è stata dallo scrivente trattata attraverso una serie di articoli (7) (8) (9) nei quali si evidenziava l’uso di far giungere dal loro viaggio le simpaticissime maschere, nella zona di “Termini bassa”: sia al Porto, sia alla Stazione Ferroviaria, mentre relativamente a “Termini alta”  gli arzilli vecchietti entravano dallo “stradone” di Caccamo, dal Piano di S. Antonio, attraverso la Porta di Girgenti (odierna Agrigento), detta anche, per l’appunto di Caccamo.

Eccovi, qui di seguito, il testo: 

«La più importante festa folkloristica di Termini Imerese è quella del Carnevale, che ha origini molto antiche e si ricollega a riti propiziatori ed a baccanali pagani, che una volta precedevano la Quaresima. I riti dionisiaci sono più che presenti e ne costituiscono il motivo essenziale. In Termini Imerese, il Carnevale è anche simboleggiato nella figura della Nanna, contrariamente a quanto avviene nel resto della Sicilia, in cui la figura centrale è soltanto il Nannu. Mentre questi può identificarsi con il Carnevale stesso che viene bruciato appunto alla mezzanotte di martedì precedente le ceneri per significare il subentrare della Quaresima, la Nanna viene identificata da alcuni come la Quaresima mentre per gli altri rappresenta il simbolo dell’abbondanza e della propiziazione per la futura primavera.

Il Nannu finisce nel rogo quasi a significare che il tempo dell’allegria è passato e subentra quello della penitenza. Ma se la Nanna di Termini può simboleggiare il dolore e la penitenza della Quaresima, essa più si avvicina alla figura propiziatoria, che si riscontra in altre feste popolari come la Befana o la “Vecchia” delle Madonie, che alla fine dell’anno lascia doni propiziatori per l’anno nuovo.

La Nanna di Termini Imerese può quindi rappresentare nello stesso tempo il simbolo della penitenza e della propiziazione, e non è improbabile che in origine sia stata l’una  e l’altra. Essa accompagna il Nannu nelle festose baldorie di coriandoli, stelle filanti, confetti e caramelle che durante il percorso vengono dai carri gettati alla folla.

Il periodo che precede il Carnevale è caratterizzato da una serie di scherzi che i ragazzi vestendosi in maschera fanno per le strade; si armano di petardi (assicuta fimmini) e il loro bersaglio preferito sono le ragazze. In questo periodo anche la cucina ha le sue ricette particolari come i “maccaruna cu sucu” conditi con carne di maiale e salsiccia; i dolci caratteristici quali i cannola ripieni con crema di latte o di ricotta e i ravioli. Ma ciò che fa del Carnevale di Termini Imerese uno dei Carnevali più famosi della nostra Isola sono le “carrozzate”; ogni anno le varie maestranze cominciano a lavorare già quattro mesi prima ottenendo come risultato come risultato carri rappresentanti le tematiche e i personaggi del tempo.

Il corteo risulta costituito da carrozzate che precedono il carro del Nannu e della Nanna che sono i due protagonisti della festa del Carnevale. Entrambi hanno una maschera fissa che due persone vestono facendo le loro veci. Il Nannu è un vecchio allegro e rubicondo con una giacca damascata azzurra a frange, una cravatta a fiocchi, panciotto, calzoni, calzettoni bianchi, scarpe e bastone; con la mano sinistra agita un fazzoletto rosso salutando allegramente la folla.

La Nanna è una vecchia alta, magra e allampata con un cappello ricco di trine, una veste azzurra damascata tutta fronzoli e merletti.

Il Carnevale comincia la domenica precedente le Ceneri a termini bassa (in Corso Umberto e Margherita) dove hanno luogo per la prima volta le sfilate dei carri allegorici che costituiscono una particolare attività delle maestranze locali le quali gareggiano per assicurarsi il 1° premio. L’ultimo giorno del Carnevale, ovvero il martedì, ha luogo a Termini alta con spari di mortaretti verso la mezzanotte e il rogo del nonno.

Il corteo carnevalesco, formato dai pupazzi appiedati molti dei quali sono gruppi spontanei folkloristici che rappresentano una tematica ben precisa e dai carri allegorici, attende l’arrivo dei “Nanni” che dopo un finto viaggio arrivano con un treno speciale alla stazione ferroviaria o al porto con un bastimento. Per le carrozzate di Termini alta si fanno, invece, provenire da Caccamo in automobile. Appena arrivati i “Nanni” prendono il posto d’onore su un carro festosamente addobbato (in genere rappresentato da una carrozza trainata da cavalli stile Settecento) e preceduti dal corteo tumultuoso e folleggiante delle maschere, e quindi fanno trionfalmente il loro ingresso in città.

La sfilata da alcuni anni avviene solo lungo i due corsi principali della città (per Termini bassa tale percorso è rappresentato dal corso Umberto e Margherita per Termini alta invece dal corso Vittorio Amedeo e via Mazzini) dal momento che l’altezza e l’ampiezza dei carri è tale da doversi preventivamente spostare i fili della luce elettrica per farli passare. Ve ne sono alcuni alti più di sei metri. Qualche volta si tratta di autocarri di legno ancora più ampi costruiti a quattro o più ruote e trainati da trattori. Una folla tripudiante dalle vie, dai balconi fa da cornice scenografica a questa suggestiva sfilata di maschere.

Il popolo non è solo spettatore ma attore. Chiunque si sente in vena di lanciare coriandoli e di riceverne. Ragazzi e ragazze con maschere, cappelli di carta, abiti settecenteschi, girano come forsennati tra la folla e urtando, spingendo, assordano con trombette e fanno un fracasso indiavolato, scherzi e burla tutto in nome dell’allegria e della spensieratezza.

L’ultimo carro della sfilata è quello dei “nanni”. Viene dietro una turba di ragazzi bramosi di afferrare qualche pacco di confetti che il nonno, la nonna ed alcuni nipoti vestiti da “lacchè” lanciano continuamente sui balconi e tra la folla assieme a fiori e coriandoli. Anche i carri che precedono lanciano fiori e coriandoli. Allegro e sorridente il Nannu intanto saluta tutti agitando le braccia e il gran fazzoletto, e muovendo un po’ dappertutto il suo solenne testone, manda baci con la mano alle “belle nipotine” che lo salutano dai balconi.

La cara “nonnina” fa lo stesso agitando nella mano un grosso fiore, o un fine fazzoletto di trina.

Il fiore è un bel fiore di broccolo intrecciato con rubicondi ravanelli che prima il caro sposo le aveva dato in segno del suo affetto.

La sfilata del martedì si conclude in Piazza del Municipio, e qui dal palazzo del Municipio si annunzia con i microfoni sul palco l’assegnazione dei premi ai carri migliori classificati. Mentre la folla attende impaziente, sul palco allestito per l’occasione, si esibiscono i gruppi folkloristici in balli, canti, in una fantasmagorica di colori e luci.

Il Nannu ha le ore contate. Ma prima di morire vuol far leggere il suo testamento con il quale egli lascia i “nipoti” eredi universali di tutti i suoi beni.

Lascia la bilancia ai macellai perché pesino giusta la carne, il piccone al Municipio perché si decida ad aggiustare quella tale strada dove il “povero” Nannu, passando, si stava rompendo l’osso del collo.

Il testamento è un’ottima occasione per mettere alla berlina senza misericordia istituzioni e persone del paese alludendo a difetti e manchevolezze, criticando con libertà vizi e sorprusi, cosa che in altre occasioni non sarebbe stato possibile.

Fino a pochi anni addietro si facevano allusioni anche a singole persone, mettendo fuori, come si suol dire, i panni sporchi, rivelandone in pubblico colpe e difetti.

Lo sbandierare i difetti e gli affari intimi dei concittadini causava però incresciosi episodi,, per cui venne proibito fare riferimento a fatti personali privati, e quindi si passò ad una satira controllata che colpiva singole categorie sociali come assessori comunali, medici, avvocati, negozianti. Oggi è stata abbandonata la tradizione di redigere il testamento del Nannu, che costituiva la parte centrale e conclusiva del Carnevale, però nel 1989 la tradizione è stata nuovamente ripresa.

La lettura del testamento viene fatta nella stessa Piazza del Municipio da un uomo che fa le veci del “Nannu”, il quale nel testamento parla in prima persona. Dopo di che per il “Nannu” del Carnevale si appressa alla fine: al tramonto un fantoccio che lo rappresenta sarà bruciato nella setssa piazza; le sue fiamme rischiareranno per un po’ la facciata della CATTEDRALE E GLI EDIFICI CIRCOSTANTI DOPO TUTTO SI SPEGNE E IL CARNEVALE E’ MORTO. Ma la festa non finisce così perché fino a tarda notte si continua a ballare, a suonare e scherzare. Gli elementi essenziali del Carnevale sono 4; il Nannu, la sfilata delle maschere, il Testamento del Nannu. Questi quattro elementi servo a testimoniare il carattere originale del Carnevale, che come ha messo in luce il Toschi trova la sua origine in antichi riti pagani di rinnovamento.

Il Nannu è il protagonista fondamentale, colui che in Sicilia personifica il Carnevale stesso. Nel significato originario il Carnevale non è altro che l’anno che muore e con lui se ne va tutto ciò che è “vecchio e malato”. Ecco perché in Sicilia esso è personificato nella figura del Nannu, infatti nella mentalità primitiva e popolare opera l’idea che si può eliminare il male trasferendolo sopra un oggetto, sopra una bestia, sopra una persona ed anzi concentrando tutti i mali della comunità, così basta sopprimere questo personaggio in cui si sono accumulati i mali di tutti e il popolo diventa puro e sano.

Il vecchio nonno che viene ucciso è è dunque quello che per i romani era Veturio Mamurio, i re dei Saturnali il vecchio di dei raccolti, che veniva scacciato perché ormai non più valido per la crescita dei nuovi. Accanto a questo personaggio troviamo la Nanna.

Essa non rappresenta la Quaresima bensì la moglie del Nanno. Quindi nessun contrasto avviene a Termini tra questi due personaggio che anzi vanno d’accordo e si fanno anche carezze. Il PITRE’ considera la maschera della Nanna come un fatto isolato, capriccioso, creazione di cattivo gusto che in Sicilia non ha nessun fondamento. Tuttavia la Nanna, è anche intesa come Quaresima, per cui resta sempre una figura estranea allo spirito originario del Carnevale stesso.

Se il Carnevale è infatti nel suo significato originario un rito di rinnovamento, la Quaresima invece, sinonimo di morte, è identificabile come un arresto delle forze vitali e quindi contrario al carattere originario del Carnevale inteso come rito propiziatorio. E’ ai primi del 1900 che dobbiamo far risalire la storia del Carnevale termitano intesa come manifestazione organizzata e diretta da un comitato.

Il primo comitato organizzativo sorse a Termini nel 1911, ma già alcuni anni prima varie maestranze costruivano carri di una di una certa portata con programmi abbastanza nutri di numero. Scopo di tali festeggiamenti era la beneficenza, infatti con i ricavati del Carnevale del 1906 (il cui programma porta come titolo: Società del Carnevale anno 3°) si potè allestire in Termini il grande salone dormitorio dell’Ospizio di mendicità “Umberto I°”. Da allora il Carnevale di Termini ha fatto molta strada, ed oggi è una delle più belle manifestazioni del genere che si fanno in Sicilia.

Il Carnevale odierno è molto cambiato quindi rispetto al passato. Infatti si viveva l’esplosione della festa carnevalesca con incontri serali (in particolare “i sabatini”) che precedevano la settimana di carnevale. Le maschere, allora andavano in giro, bussavano alla porta da dove veniva fuori un suono, l’accompagnatore si presentava, si chiedeva un ballo, poi una manciata di coriandoli, qualche semplice scherzo e, via alla ricerca di un altro luogo, di altra casa. Il primo vero appuntamento era il “giovedì grasso” che si santificava con i “maccarruna na maidda”, che la nonna e la mamma preparavano con i “busi” qualche giorno prima per “annegare”, poi, tutto in un succoso ragù. Era allora il periodo “romantico” del nostro Carnevale, che esplodeva gioioso e pazzo. Ai vecchi “carnavalari” si sono aggiunti, da alcuni anni, le giovani maestranze. Loro hanno appreso i segreti di modellare la creta e lavorare la cartapesta. Grazie a loro, la satira, dopo mesi di lungo e intenso lavoro prende corpo e consistenza. Qui il Carnevale è cultura, storia, leggenda, satira, fantasia, folklore, allegria, musica, colore, tradizione popolare e rito».

Note:

(1) Giuseppe Longo, Gli albori del Carnevale di Termini Imerese La “Società del Carnovale, Sicilia Tempo anno XLVIII n.470, 2010

(2) Giuseppe Longo 2017, Le maschere carnascialesche di Termini Imerese, antico retaggio del Carnevale di Palermo, Cefalunews, 23 aprile.

(3) Giuseppe Longo 2015, Una coppia alla moda: U' Nannu e A' Nanna, Cefalunews, 2 novembre.

(4) Giuseppe Longo 2019, La rivincita della “vera” storia del Carnevale Termitano, Cefalunews, 19 gennaio.

(5) Giuseppe Longo 2023, Il nuovo imperativo del 2023: buttiamo un quarantennio di fake news sul Carnevale di Termini Imerese! Cefalunews, 11 gennaio.

(6) Giuseppe Longo 2025, Termini Imerese: il 27 febbraio spegneremo 149 candeline per il nostro Carnevale, 24 gennaio.

(7) Giuseppe Longo 2024, Usanze e costumi del tempo che fu: Termini Imerese e i ponti succedanei, denominati da lavata râ lana e i “Nanni” di Carnevale, Giornale del Mediterraneo, 1 agosto.

(8) Giuseppe Longo 2024, Termini Imerese, “U’ ponti da lavata râ lana” per antonomasia ed i nostalgici Nanni di Carnevale di un tempo, Giornale del Mediterraneo, 18 luglio.

(9) Giuseppe Longo 2020, I Nanni del Carnevale di Termini Imerese a diporto alla “lavata râ lana”, Cefalunews, 29 aprile.

Bibliografia consultata dalla Cooperativa “Recupero e Tutela” di Termini Imerese

Luigi Ricotta, Aspetti del folklore di Termini Imerese. Tesi di Laurea 1956-57, Palermo.

G. Giacomazzi & G. Corrieri, Paesi di Sicilia, Termini Imerese, Istituto Bibliografico Siciliano.

Opuscoli del Carnevale 1989.

Giuseppe Pitrè, Usi e Costumi, Credenze e Pregiudizi del Popolo Siciliano, Firenze 1939, vol. I

P. Toschi, Inserto al folklore siciliano (italiano), vol. I

Bibliografia e sitografia:

Giuseppe Pitrè, “Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo Siciliano”. Volume I, Palermo, 1889.

Giuseppe Navarra, Termini com’era GASM, 352 pp. 2000.

Luigi Ricotta - Aspetti del folklore di Termini Imerese, Università degli Studi di Palermo, Facoltà di Lettere, Relatore prof. Giuseppe Cocchiara, A.A. 1956-57, Tesi di Laurea inedita, 268 p.

G. Giacomazzi & G. Corrieri, Termini Imerese Collana Paesi di Sicilia, IBIS, 78 p. 1965.

Giuseppe Longo 2012, Intervista al prof. Luigi Ricotta sul Carnevale di Termini Imerese, MadonieLive, 17 settembre.

Giuseppe Longo 2012, Giuseppe Navarra e il Carnevale di Termini Imerese, Giornale del Mediterraneo, 20 settembre.

Giuseppe Longo 2018, Il quartiere fuori Porta Palermo e l’infondata “leggenda” dell’origine del Carnevale di Termini Imerese, Cefalunews, 24 agosto.

Giuseppe Longo 2019, Riflessioni sulla festa carnascialesca di Termini Imerese l’erede indiscussa dell’antico Carnevale di Palermo,  Cefalunews, 4 febbraio.

Giuseppe Longo 2017, Il Carnevale di Termini Imerese non è il più antico di Sicilia, Cefalunews, 6 marzo. 

Giuseppe Longo 2018, Il binomio Palermo-Termini, tra porte civiche, manifestazioni carnascialesche e “gustose” leggende metropolitane, Cefalunews, 22 dicembre.

Giuseppe Longo 2021, Carnevale antico di Termini Imerese sin dal 1876, Cefalunews, 1 febbraio.                                          

Giuseppe Longo, Appello per rilanciare la figura di Giuseppe Patiri, referente di Giuseppe Pitrè a Termini Imerese ed epigono del carnevale cittadino, Cefalunews, 25 febbraio 2021.

Giuseppe Longo 2022, QUANDO FINIRÀ LA TELENOVELA DEI NAPOLITI PRESUNTI PADRI FONDATORI DEL CARNEVALE TERMITANO ? Cefalunews, 24 febbraio.

Giuseppe Longo 2023, Carnevale di Termini Imerese: la fiaba obsoleta dei Napoliti, con una nostra retrodatazione all’Epigravettiano superiore, Cefalunews, 25 gennaio.

Giuseppe Longo 2024, Le iniziative del Giornale di Sicilia e della Gazzetta del Sud. E il nostro ricordo su Giuseppe Pitrè e Giuseppe Patiri, Giornale del Mediterraneo, 30 novembre.

Foto di copertina: Carnevale di Termini Imerese, anni Sessanta del XX sec. Foto di proprietà del compianto Cav. Antonino Indovina.

Foto a corredo dell'articolo:

I "Nanni" dei carnevali di Palermo e Termini Imerese.

Nelle foto da sinistra:

Carnevale di Palermo 1906, carro dei "Nanni" da Arturo Lancellotti, “Feste tradizionali.

Al centro:

Carnevale di Palermo 1931 carro dei “Nanni” dal giornale L’Ora, 13 febbraio.

Carnevale di Palermo, carro dei Nanni (anni 30’ del XX secolo). Ph. Rosario La Duca.

L'ultima a destra Carnevale di Termini Imerese, carro dei Nanni (anni '30 del XX secolo). Collezione privata.

Carnevale di Termini Imerese anni Settanta.

Carnevale di Termini Imerese, anni Settanta. Palazzo Comunale, i “Nanni”, lettura del Testamento.

Lapide posta sul prospetto di questo ex dell’Ospizio di Mendicità “Umberto I”. Ph. Antonio Annibale.

“COL CONTRIBUTO DELLA CARITA’ CITTADINA / IL COMITATO DEL CARNEVALE / NE AMPLIO’ I LOCALI / DAL 1904 AL 1907 / MOSTRANDO / COME ACCOPPIAR SI POSSA / ALLA BENEFICENZA IL DILETTO”.

Giuseppe Longo

www.gdmed.it

Carnasciale imerese, i Napolìti e la prosopopea di un carnevale inventato

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